I bilanci 2023 delle banche italiane sono bellissimi. Ma saranno anche persistenti? Sono numeri che nascono da una felice combinazione: il balzo del margine di interesse e il crollo del costo del credito. Difficile pensare che possa ripetersi, almeno con questa intensità, perché se è pensabile che l’intermediazione sia tornata più o meno nella condizione dell’old normal (dopo tanti asseriti e scomodi new normal), non possiamo illuderci di evitare una lievitazione delle insolvenze, più o meno prossima.
Ecco perché bisogna continuare a lavorare sulla revisione dei modelli di business e dei processi operativi, per renderli più moderni, efficienti e sostenibili. Guardiamo i risultati delle maggiori banche quotate. Il margine di interesse è aumentato quasi del 50% grazie alla ripresa dei tassi nominali, mentre le rettifiche su crediti sono dimezzate. Quest’ultimo dato si accompagna all’altro, pure molto positivo, della riduzione del 20% degli Npl (Non-performing loan), cioè i prestiti concessi a debitori che non riescono più a ripagare regolarmente o del tutto.
Ma già oggi sappiamo che il margine di interesse non potrà tenere questi livelli anche nel 2024: i tassi di policy incominceranno a flettere e soprattutto si sentiranno gli effetti del riprezzamento della raccolta, che come noto segue con ritardo gli andamenti di mercato.
Fino ad ora la risposta dei depositanti si è manifestata sotto forma di conversione della liquidità verso i titoli di Stato, cosa che è sicuramente sfavorevole ma non determina un impatto diretto sul profilo del conto economico. Come anticipazione di questo effetto abbiamo visto il rapido incremento dei costi all’emissione dei bond bancari, anche se si è trattato di emissioni per istituzionali più che per il pubblico retail. Per quanto riguarda la qualità del credito, ci sono elementi che segnalano una ripresa dei crediti deteriorati, pur lontani dai picchi che abbiamo sperimentato in un passato non troppo lontano per questo segmento di mercato.
In questo quadro, a tinte comunque sostanzialmente luminose, soffermiamoci sulla dinamica delle commissioni nette, che nel 2023 per le maggiori quotate hanno segnato un lieve arretramento, e sui costi operativi, che sono aumentati di un punto e mezzo: meno dell’inflazione, ma sempre con segno positivo.
Questo potrebbe essere anche interpretato come un segnale nella direzione di rallentamento degli sforzi di rilancio strutturale dei business bancari. Se le felici condizioni del 2023 non sono destinate a ripetersi, almeno, con quella magnitudo, è necessario continuare a lavorare nella direzione di rendere le banche più moderne, più efficienti, più snelle, più capaci di competere non solo fra loro ma soprattutto con le sfide che provengono dall’esterno del loro agone competitivo tradizionale e conosciuto.
La tecnologia e la transizione energetica stanno ridisegnando i paradigmi del fare banca e modificano le logiche della competizione; richiedono sforzi organizzativi e culturali significativi e investimenti ingenti.
La favorevole congiuntura che attraversiamo sembra ricreare una comfort zone intorno alle banche, sia quelle che hanno innovato il loro modus operandi, sia quelle che non si sono mai smosse dai modelli tradizionali. Ma il mondo intorno a loro si muove, con intensità e rapidità crescente, e così quella che appare come una condizione propizia rischia di tramutarsi in una trappola che rallenta l’avanzamento dell’industria bancaria.
Gli imprenditori lungimiranti, e i banchieri sono imprenditori, impostano il rinnovamento e i cambi di modello nei momenti più positivi, con il coraggio di mettere in discussione anche ciò che sembra funzionare al meglio. Certo, ricordiamo tutti i casi celebri di imprese industriali che, prossime al fallimento, hanno trovato lo scatto di reni, magari con un prodotto di successo, per ribaltare un destino apparentemente segnato.
È il caso della Volkwagen degli anni ’80 con la Golf (designer l’italianissimo Giugiaro). Meno celebrato, ma altamente istruttivo, il caso della Nokia: da produttore di stivali di gomma, a colosso dei cellulari (tecnicamente i migliori, all’epoca) ma incapace di affrontare la sfida degli smartphone che dovrà vendere a Microsoft; oggi è una delle tante società operanti nel settore delle reti di telecomunicazione. È nei momenti favorevoli che si hanno le condizioni migliori per avviare nuovi cicli virtuosi: non c’è lo stress da ristrutturazione e ci sono le risorse per sostenere gli investimenti. Guai a disperdere le opportunità delle congiunture positive, perché nei momenti avversi le stesse cose richiedono il doppio di fatica e magari offrono la metà dei benefici. (riproduzione riservata)
*ordinario di Economia degli intermediari finanziari all’Università Luiss di Roma