Tra le prime 20 banche al mondo per capitalizzazione l’Europa non ha alcuna rappresentanza. Per questo la partita Unicommerz può creare un precedente che, in un contesto di percepito «deficit dimensionale e necessità di crescere», può finalmente instillare linfa al risiko transfrontaliero. A spiegarlo è Martin Kinsler, portfolio manager specializzato in azioni del settore finanziario presso l’asset manager Man Group, che in uno studio dettagliato prova a tracciare le ragioni per cui la scalata di Unicredit su Commerzbank non sarà un caso isolato, ma il vero e proprio motore di innesco di un trend d’ampia portata.
Negli ultimi 12 mesi, spiega l’esperto, «nel Regno Unito e nell’area dell’euro ci sono stati 35 fusioni bancarie domestiche, senza contare quelle legate al conflitto Russia-Ucraina». Al contempo, «sebbene i deal transfrontalieri non siano una novità, l’operazione Unicredit-Commerzbank è particolarmente significativa in quanto coinvolge un campione nazionale di una delle principali economie europee e pertanto rappresenta un test per la sostenibilità del progetto europeo».
Il gestore elenca quindi tre ragioni per cui il risiko bancario sarebbe sul punto di vivere un’impennata, e la prima ha le sue radici nella grande crisi finanziaria del 2008-09. «Nel momento in cui il sistema finanziario globale ha rischiato il collasso», specifica Kinsler, «quasi tutti i governi europei sono stati costretti a entrare nel registro degli azionisti delle banche nazionali». L’intervento degli esecutivi ha fornito stabilità e, in genere, «i governi sono stati buoni azionisti passivi, pur faticando a vedere un ritorno». Con il miglioramento della redditività però queste partecipazioni stanno via via tornando sul mercato. «Banche come la britannica Natwest e le irlandesi Aib e Bank of Ireland si sono rimesse in piedi in modo indipendente mentre altre, come la spagnola Bankia, sono state assorbite dai concorrenti», elenca il gestore, che poi ricorda come «tra le banche europee che ancora hanno consistenti partecipazioni statali, l’italiana Mps e l’olandese Abn Amro rimangono un obiettivo strategico per i concorrenti nazionali e non».
C’è poi un fattore legato alle politiche monetarie dal post-Covid a oggi. «Il lento drenaggio della liquidità dal sistema da parte della Bce», evidenzia il money manager, «mette sotto pressione i costi di finanziamento delle banche. Per la maggior parte non è un problema, ma per alcune la gestione dell’uscita dalla liquidità garantita da Bruxelles inciderà in maniera significativa sulla redditività». A differenza dell’approccio più accordo della Bce al quantitative tightening, «nel Regno Unito la Banca d’Inghilterra si sta muovendo a una velocità molto superiore». Questo ha spinto «al consolidamento le banche più piccole del sistema bancario britannico per cui la riduzione della liquidità d’emergenza è considerata più problematica».
Un ultimo motivo risiede negli incentivi normativi, ossia il cosiddetto danish compromise. «Questo compromesso», prosegue Kinsler, «consente a quelle banche che il regolatore europeo considera conglomerati finanziari di acquisire flussi di ricavi non bancari a condizioni vantaggiose da un punto di vista patrimoniale». La recente acquisizione di Axa Im da parte di Bnp Paribas, conclude il gestore, «ha sfruttato appieno la nuova legge, rendendo fattibili acquisizioni che prima sarebbero state impraticabili». (riproduzione riservata)