Il risiko bancario riparte dall’Italia. E lo fa con rapidità e senza mezze misure, con cinque offerte (sei se Unicredit accelererà su Commertzbank in Germania) concentrate in soli tre mesi. Il protagonismo degli istituti di Piazza Affari rispetto ai rivali europei è una conseguenza della frammentazione del sistema italiano.
L’ultimo dato diffuso dalla Bce mostrava che nel 2023 le prime cinque banche nazionali avevano in mano solo il 49% degli asset del Paese, molto meno del 72% registrato in media nell’Eurozona. In Italia, insomma, c’è spazio per crescere.
«Il risiko bancario in atto è una conseguenza di diversi fattori concomitanti, tra cui il livello di frammentazione del mercato, ancora tra i più elevati in Europa, la volontà di costituire il famoso terzo polo e le ottime performance registrate negli ultimi anni, che hanno portato ad avere capitale in eccesso e asset quality anche grazie al deleveraging», spiega Filippo Mastropietro, banking & capital markets leader di Ey in Italia.
Da quest’anno, inoltre, le banche italiane dovranno fare i conti con le sforbiciate della Bce, che allenteranno la spinta del margine d’interesse e renderanno più complicato aggiornare i record degli ultimi anni. A meno di non puntare sulle commissioni portandosi in casa nuove fabbriche prodotto. O di tagliare ancora i costi, magari sfruttando le sinergie che si possono generare dopo un’acquisizione.
Questi ragionamenti in realtà valgono per tutte le banche europee. E anche la frammentazione non è un’eccezione solo italiana perché i primi cinque istituti francesi hanno in mano il 45% degli asset del Paese, percentuale che per i tedeschi scende addirittura al 33%. Certo, in Francia non serve un terzo polo visto che ai due giganti, Bpn Paribas e Crédit Agricole, si affiancano altri pesi massimo come Bpce e Société Générale.
In Germania, invece, Deutsche Bank non ha abbastanza capitale per provare a chiudere grandi operazioni. Ma per gli esperti, in entrambi i casi, il vero fattore frenante è l’instabilità politica che regna da mesi a Parigi e Berlino.
Tutt’altra storia in Spagna, dove le esigenze di consolidamento sono minori perché le prime cinque banche hanno in mano il 69% degli asset del Paese. Eppure è qui che Bbva ha anticipato le rivali europee lanciando un’offerta ostile da oltre 11 miliardi, ancora ferma in attesa dell’autorizzazione dell’Autorità Nazionale per i Mercati e la Concorrenza (Cnmc).
In questo caso la stabilità politica non ha avvantaggiato l’istituto, che anzi si è ritrovato sin da subito a fare i conti con l’ostilità del governo. La strategia di Bbva, però, va oltre la crescita per linee esterne. I baschi puntano da tempo su un modello digitale, che in Italia li ha portati a un passo dai 600 mila clienti e quest’estate sarà esportato a Berlino.
La prima economia europea è finita nel mirino anche di Jp Morgan, che secondo il Wall Street Journal potrebbe lanciare una banca digitale già alla fine di quest’anno. Ma perché proprio il mercato tedesco? La Germania è il terzo Stato europeo per total banking asset (11,7 trilioni) dopo Francia (13 trilioni) e Regno Unito (16,4 trilioni).
Nel Paese, inoltre, è concentrato il 40% dei depositi dell’Ue, circa 6,5 sui 16,8 trilioni dell’intera Europa. Ma se da un lato il sistema tedesco attira per le sue dimensioni, dall’altro allontana per il suo basso return on equity (roe), pari al 5/6% rispetto al 15% delle italiane.
«Questa limitata redditività è in parte dovuta a fattori strutturali, tra cui la forte presenza delle Landesbank, costi operativi più elevati rispetto ad altre banche europee e margini di miglioramento nell’ambito digitale», osserva Luca Penna, responsabile financial services Sud & Est Europa di Bain & Company. «È comprensibile allora che una grande banca con un’avanzata tecnologia (Jp Morgan, ndr) possa vedere nel vasto mercato tedesco un’opportunità interessante».
Ma entrare - anche se con un modello online - in un nuovo Paese non è così semplice. Dietro il possibile sbarco in Germania del gigante guidato da Jamie Dimon ci sono anni di progettazione e di studio. Senza contare che gli americani sono avvantaggiati dall’esperienza maturata nel Regno Unito, dove nel settembre 2021 hanno lanciato una banca digitale con oltre 2,5 milioni di clienti.
Jp Morgan, poi, può sfruttare su uno strapotere tecnologico senza eguali perché investe ogni anno circa 17 miliardi in innovazione, all’incirca quanto gli utili di Intesa Sanpaolo e Unicredit insieme. Il digitale offre anche un’altra serie di altri vantaggi. A differenza delle acquisizioni e a patto di avere le autorizzazioni necessarie, non serve né il consenso dei governi (basta pensare agli ostacoli del golden power in Italia), né occorre svenarsi per farsi consegnare le azioni dai soci dell’istituto target.
Ecco perché prima o poi colossi come Bank of America, Wells Fargo o Citi potrebbero decidere di seguire l’esempio di Jp Morgan, pur non essendo dotati di un’infrastruttura tecnologica così avanzata. Ma per gli esperti uno sbarco in Ue a colpi di acquisizioni non è escluso, anche se più complesso.
«Con la nuova leadership americana ci si aspetta una spinta verso la deregulation che potrebbe riaccendere le mire espansionistiche in Europa», osserva Mastropietro. «Anche per questo motivo i regulator europei guardano con favore ad aggregazioni che portino alla creazione di campioni comunitari, in grado di competere con i giganti di Usa e Cina». (riproduzione riservata)