È in atto una corsa a gettare acqua sul fuoco delle forti perdite registrate dalle banche centrali (soprattutto del Nord Europa) nel 2023. Esperti, alti funzionari, governatori tranquillizzano: è un fenomeno passeggero, destinato a rientrare con il progressivo riequilibrio dell’assetto dei tassi d’interesse. Ma quando una banca come la Bundesbank la scorsa settimana comunica di avere perso 21 miliardi di euro coperti con le riserve e di non poter distribuire alcun dividendo, qualche motivo di allarme per quanto annegato nella palude delle dichiarazioni ufficiali forse c’è.
Chi l’avrebbe mai detto solo qualche anno fa che la più solida e apprezzata banca centrale europea sarebbe stata costretta a negare al suo ministro delle Finanze neppure un centesimo dei sontuosi dividendi erogati anno dopo anno dalla sua fondazione? Tanto da spingere l’Ufficio federale di Audit, il Bundesrechnunghof, ad affermare che il governo potrebbe trovarsi costretto a ricapitalizzare la Buba? Sono lontani i tempi in cui Jaques Delors affermava che «non tutti i tedeschi credono in Dio, ma tutti credono nella Bundesbank». La banca centrale oggi presieduta da Joachim Nagel, un falco che insiste per ritardare il ribasso dei tassi Bce, non è più agli occhi dell’opinione pubblica l’ancora di stabilità e di sicurezza di un tempo.
Ma la banca tedesca è in buona anche se meno scomoda compagnia. La Bce ha perso 3,5 miliardi, l’istituto centrale olandese altrettanto. Joachim Nagel ha messo le mani avanti: «Il bilancio della banca è solido» ha detto. E François Villeroy de Galhau, alla testa della Banque de France, ha rassicurato con la tipica determinazione francese: «Abbiamo sufficienti riserve per coprire qualunque perdita». Cosa che non può affermare Nagel, le cui riserve sono crollate a 720 milioni!
I banchieri del Nord evocano sottovoce il nome di Mario Draghi. È lui infatti che a loro parere con il Quantitative Easing ha salvato l’Europa dalla deflazione ma facendo pagare un alto costo agli istituti centrali, costretti ad acquistare titoli a basso rendimento dei Paesi in difficoltà. Sarebbe infatti lo spread tra bassi rendimenti degli impieghi e alti tassi da pagare sui depositi degli istituti di credito dopo i rialzi Bce ad avere determinato le perdite di oggi.
Negli uffici dei dicasteri finanziari intanto si ragiona sui riflessi che la caduta dei dividendi erogati dalle banche centrali potrà avere sulle politiche fiscali dei governi. La Banca d’Italia che nel 2021 aveva distribuito al Tesoro 6 miliardi, scesi a 2 nel 2022 dovrà anche per il 2023 essere parsimoniosa. Con quali conseguenze sul bilancio pubblico italiano già piuttosto stretto? Ma forse per comprendere la situazione odierna bisogna guardare al lungo periodo. Dopo avere governato i mercati con grande efficienza per anni (chi non ricorda il periodo della Grande Moderazione di Alan Greespan?) le crisi del 2008 e degli anni seguenti hanno posto alle banche vincoli e oneri forse eccessivi. Le banche centrali non hanno perso la loro indipendenza ma non hanno potuto non tenere conto dei profondi cambiamenti della società intorno a loro obbligandole a correggere la loro abituale traiettoria. (riproduzione riservata)