Pare che non esista grande marchio nel makeup o nuovo brand emergente che non abbia bussato almeno una volta alla porta di Intercos, ad Agrate Brianza. Un colosso famoso nel mondo della bellezza (ha 16 stabilimenti nel mondo) per la qualità dei prodotti che realizza. La società è stata fondata nel 1972 da Dario Ferrari, che oggi detiene il 32,2% delle quote, mentre il L Catterton, il fondo di private equity partecipato da Lvmh, è al 13,3%. Se L Catterton controlla Kiko, il gruppo del lusso francese ha in portafoglio, fra gli altri, Dior, Guerlain, Givenchy, Makeup Forever, Fenty Beauty e Kvd Beauty. Gli investitori esteri di rilievo non mancano, a partire dal 6% del fondo sovrano di Singapore (Gic) fino al fondo pensione canadese Ontario Teachers' Pension Plan con il 3,2%. Il flottante è al 45,3%.
Intercos si è quotata sul segmento Star di Piazza Affari nel 2021 a 12,5 euro e venerdì 21 marzo scambiava attorno a 13,10 euro per 1,3 miliardi di capitalizzazione. Banca Akros ha confermato il recente il rating buy e il prezzo obiettivo di 18,2 euro su Intercos, notando che il titolo scambia «con un rapporto (ev/ebitda) di 9,3 volte, sotto la media degli ultimi 3 anni (10,3) e con uno sconto di oltre il 50% rispetto ai concorrenti».
Il gruppo, guidato dall’ad Renato Semerari, ha chiuso il 2024 con ricavi per 1,064 miliardi (+4,8% sul 2023) e profitti per 48,8 milioni (+7% annuale). Se il segmento makeup resta preponderante (619,8 milioni di ricavi, +3,4%), cresce bene anche la skincare (167,1 milioni, 6,1%) e il segmento Hair&Body (278 milioni di euro, +20,2%). Da notare che i marchi emergenti hanno inciso nel 2024 per 508 milioni sui ricavi rispetto ai 479 milioni delle multinazionali. Milano Finanza ha chiesto all’ad Semerari, ex manager Lvmh e Coty Beauty, che cosa si aspetta nel 2025, con la guerra commerciale avviata dal presidente Usa, Donald Trump che rischia di pesare sulla crescita economica mondiale.
Domanda: Come pensate di affrontare i dazi Usa?
Risposta. Per Intercos, la guerra doganale non è una minaccia, anzi. La nostra presenza capillare in ogni continente, con impianti produttivi negli Stati Uniti, ci pone in posizione di vantaggio rispetto a concorrenti e a molti dei nostri clienti che non dispongono di fabbriche locali. Produrre sul territorio americano ci consente di garantire la continuità del business e mantenere prezzi competitivi, minimizzando la dipendenza dalle importazioni. Le misure annunciate da Trump che riguardano alluminio, acciaio, auto ed energia non dovrebbero avere impatti rilevanti sulla cosmetica. Restiamo in attesa di capire come evolverà la situazione.
D. D’ora in poi cambierà lo scenario commerciale?
R. L'obiettivo, una volta chiarito il contesto, sarà riorganizzare la catena degli approvvigionamenti per ridurre al massimo gli effetti delle tariffe. Tuttavia, anche dopo questa ristrutturazione, potrebbero esserci ripercussioni sui prezzi, visto che sarà molto difficile annullare completamente l’impatto dei dazi.
D. Anche le materie prime comprate all’estero subiranno gli effetti dei dazi incidendo sui costi?
R. Alcune materie prime possono essere facilmente reperite localmente, quindi si può acquistarle negli Usa e in molti casi è già così. Altre, invece, possono essere sostituite con alternative il cui sourcing è già negli Stati Uniti. Tuttavia, ci saranno alcune materie prime per cui questa opzione non è percorribile, quindi dovremo fare affidamento sulle importazioni, con un conseguente aumento dei costi legato alle tariffe che si rifletterà sui prezzi finali. Un discorso simile vale anche per il packaging, anzi questo sarà il vero problema visto che questa industria, almeno nel nostro settore, è praticamente assente dagli Stati Uniti, ma qui la Cina è leader.
D. Questo potrebbe imporvi o darvi la spinta a scegliere di investire in alcuni Paesi? Se sì, quali?
R. Abbiamo già una presenza globale ben consolidata e capillare. Il nostro attuale footprint industriale è già competitivo e ci sembra altamente improbabile che la situazione evolva in maniera così drastica da richiedere aperture di siti in Paesi in cui non siamo già presenti. Ovviamente, il tutto andrà valutato con attenzione una volta che gli assetti futuri saranno più chiari. Intercos ha sempre avuto una strategia molto attenta alla penetrazione di nuove geografie e quindi nel medio termine probabilmente vedrete nuove aperture, ma non penso che saranno dettate da un’eventuale guerra doganale.
D. I margini, in questo scenario, resteranno stabili secondo le vostre proiezioni?
R. L'elevata volatilità dei mercati rende difficile prevedere le conseguenze di decisioni che non sono ancora state prese. Al momento, a parte la Cina, che è soggetta a dazi elevati dai tempi della prima amministrazione Trump, regna l'incertezza su quali Paesi saranno colpiti dai dazi e in che misura. Se il presidente Trump confermasse l’introduzione di dazi verso l’Europa, il Canada e il Messico, si creeranno sia difficoltà che nuove opportunità, che coglieremo prima di molti altri che non sono presenti attualmente con siti produttivi negli Usa.
D. È arrivato il momento di fare M&A? Se sì, in che modo e dove?
R. Il momento di fare operazioni di M&A, in realtà è arrivato da tempo, visto che il nostro indebitamento è basso da anni. Infatti, noi siamo stati molto attivi nella ricerca di opportunità e continueremo a esserlo, anche se finora il nostro success rate è stato basso a causa delle valutazioni molto elevate delle aziende private. I private equity sono stati molto attivi nel nostro settore e, scommettendo anche sull’espansione dei multipli, hanno portato a un’evidente dicotomia tra le valutazioni delle aziende quotate e quelle delle non quotate. Questo non ci ha permesso finora di presentare offerte sufficientemente competitive, ma continueremo a valutare le opportunità che si presenteranno. Ora non siamo interessati a espandere le categorie in cui siamo presenti, il focus è rivolto ad acquisizioni strategiche che possano allargare la presenza geografica e rafforzare le quote di mercato in segmenti con potenziale di crescita. In Cina, Corea e India abbiamo già stabilimenti produttivi, non siamo presenti ancora in Indonesia, che diventerà probabilmente un’area geografica importante per coprire il South East Asia. (riproduzione riservata)