«Non si può escludere che l’autonomia differenziata evolva verso uno scenario fortemente frammentato». Una dichiarazione che suona come una sentenza. A pronunciarla in commissione parlamentare sulle Questioni regionali è il consigliere dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, Giampaolo Arachi. «Con un significativo numero di regioni che acquisiscono funzioni differenti e presentano un diverso peso finanziario e una diversa composizione fra spese relative ai Livelli essenziali di prestazione (Lep) e spese per altre prestazioni», dice l’Upb, il rischio di un’ulteriore divaricazione tra Nord e Sud è uno scenario tutt’altro che remoto.
E non solo. La corsia preferenziale stabilita per la definizione dei Lep su materie statali, che potrebbero essere interessate dalla riforma, sottolinea l’Ufficio parlamentare, rischia di rallentare la riforma del finanziamento delle regioni a statuto ordinario che è «elemento abilitante del Pnrr».
«In questa prospettiva», spiega Arachi, «una gestione delle compartecipazioni affidata esclusivamente a trattative bilaterali all’interno delle commissioni paritetiche potrebbe non garantire l’uniformità delle valutazioni e un adeguato coordinamento con la programmazione di bilancio. Per scongiurare questa ipotesi, o quantomeno limitarne gli effetti indesiderati, serve individuare «una sede istituzionale unica, dove le valutazioni e le decisioni possano essere adottate in modo coordinato e con una valutazione complessiva».
Alla stessa sede, prosegue il consigliere Upb, «andrebbero anche ricondotte le valutazioni e le decisioni relative alla compartecipazione che dovrebbe finanziare il fondo perequativo regionale nell’ambito del federalismo simmetrico».
Una doccia fredda sul governo e in particolare sulla Lega, storica sostenitrice dell’autonomia e promotrice, attraverso il ministro degli Affari regionali Roberto Calderoli, del decreto approvato in prima lettura dal Senato che ora via Bellerio vorrebbe far passare anche alla Camera entro le europee. Una riforma, quella delle autonomie, che ha scatenato la protesta dei governatori di alcune regioni del Meridione a guida centrosinistra, che parlano di «secessione mascherata» e puntano il dito contro la premier Giorgia Meloni. L’accusa mossa alla presidente del Consiglio è quella di aver offerto sostegno al Carroccio, in cambio del via libera leghista all’altra grande riforma in cantiere a Palazzo Madama, quella del premierato.
Un cantiere a dir poco accidentato, stando alle recenti tensioni registrate in commissioni Affari costituzionali del Senato tra Lega e Fratelli d’Italia. Pomo della discordia, le proposte di modifica presentate dal presidente della commissione, Alberto Balboni (FdI), relatore del provvedimento. Correttivi che si appuntano sulla soglia minima del 55% per ottenere il premio di maggioranza (che potrebbe uscire dal testo), il limite di due mandati per il presidente del Consiglio (che dovrebbe essere introdotto) e la cosiddetta ‘norma anti-ribaltone’, che verrebbe modificata mantenendo la figura del secondo premier, cara al Carroccio, ma solo in casi eccezionali: in capo al premier eletto resterebbe infatti il potere di chiedere lo scioglimento delle Camere in caso di sfiducia, determinando così la fine anticipata della legislatura: un principio, quello del simul stabunt, simul cadent, che Meloni non ha mai fatto mistero di preferire.
Lunedì 5 febbraio scadranno i termini per la presentazione degli emendamenti in commissione. Il sospetto che agita via della Scrofa è quello che Matteo Salvini voglia rallentare l’approvazione del testo da parte del Senato prima dell’appuntamento con le urne. Sullo sfondo resta poi l’incognita della candidatura della premier che potrebbe destabilizzare gli equilibri interni alla maggioranza in caso di exploit della Fiamma tricolore. La strada dell’accordo è ancora tutta in salita. (riproduzione riservata)