Il mercato automotive cinese entra in una nuova fase: crescita dei volumi rallentata, fine degli incentivi e competizione sempre più aggressiva. Ma dietro quella che gli analisti definiscono «una involuzione» si nasconde in realtà un sistema industriale che corre più veloce, soprattutto su tecnologia e capacità di espansione globale. È quanto emerge dall’aggiornamento del Global Automotive Outlook di AlixPartners, presentato a Milano al rientro dal Salone di Pechino 2026.
Nel più grande mercato auto al mondo i prezzi sono in forte calo, fino al 23% in due anni per i veicoli elettrici, mentre il ritmo di innovazione resta elevatissimo. Il risultato è una pressione competitiva estrema che sta comprimendo i margini ma, allo stesso tempo, accelera lo sviluppo tecnologico e la diffusione di nuovi modelli. «La Cina non cresce più in volumi, ma evolve rapidamente: sviluppa, matura e commoditizza la tecnologia in tempi sempre più brevi», spiega Dario Duse, Emea Leader Automotive & Industrial e Italy Country Head di AlixPartners. In questo contesto, software, guida autonoma e velocità di sviluppo diventano fattori critici non più tanto per il successo, ma per la sopravvivenza.
Con una domanda interna più debole i costruttori cinesi puntano con decisione sull’estero. Nel 2025 l’export ha superato i 7 milioni di veicoli (+21%), a cui si aggiungono circa 1,2 milioni prodotti fuori dalla Cina. L’Europa si conferma la prima destinazione. Ma non solo: i gruppi cinesi prevedono di triplicare la capacità produttiva internazionale entro il 2030, arrivando a 3,4 milioni di veicoli, di cui circa 1,6 milioni nel Vecchio Continente.
Una strategia sostenuta da un vantaggio di costo stimato intorno al 35% e da una redditività export superiore: l’ebitda dei principali esportatori è già oggi significativamente più alto rispetto al mercato domestico.
Il vero divario si gioca però sul piano tecnologico. Secondo lo studio, il 36% dei costruttori cinesi destina oltre metà del budget di ricerca e sviluppo al Software Defined Vehicle (Sdv), contro il 19% degli europei. L’80% utilizza in modo strutturale virtualizzazione e digital twin (contro circa il 50% in Europa), mentre il 40% sviluppa internamente le competenze software.
Questo approccio consente ai player cinesi di separare sviluppo hardware e software, riutilizzando fino al 50% del codice su diverse piattaforme e riducendo drasticamente il time-to-market. Un modello che trasforma l’auto in una piattaforma digitale evolutiva, più che in un prodotto statico.
Nel frattempo il mercato europeo resta stagnante: 18,7 milioni di immatricolazioni nel 2025, ancora il 10% sotto i livelli pre-Covid. La crescita attesa al 2030 sarà trainata quasi esclusivamente dai marchi cinesi, la cui quota è prevista in aumento dal 9% al 13%. In Italia il fenomeno è ancora più evidente: mercato fermo a 1,7 milioni di unità, ma quota dei brand cinesi raddoppiata in un anno, dal 3% al 6%, con ulteriore accelerazione recente (7% nell’ultimo quarter). Accanto ai costruttori arrivano anche i fornitori: tra il 2022 e il 2028 sono previsti 19 nuovi impianti cinesi in Europa, mentre 36 siti europei sono destinati a chiudere.
«Non cresce la torta, cambiano le quote», osserva Emanuele Cordone Partner Automotive & Industrial di AlixPartners. Un fenomeno strutturale che riflette modelli operativi più snelli e un uso intensivo dell’intelligenza artificiale nello sviluppo prodotto.
Il mercato cinese si avvia inoltre verso una fase di forte consolidamento. Oggi operano oltre 140 marchi, ma secondo AlixPartners nel medio termine il numero potrebbe ridursi a 15-20 grandi player. Un passaggio necessario per affrontare la sovracapacità produttiva, stimata in circa 30 milioni di veicoli. Per i costruttori occidentali la risposta però non può certo limitarsi alla difesa del mercato domestico. Il report indica chiaramente la necessità di accelerare sul software e ripensare il modello operativo, anche attraverso partnership strategiche con player tecnologici o cinesi.
Il nodo è duplice: da un lato recuperare competitività su costi e tempi di sviluppo, dall’altro evitare di perdere il controllo delle tecnologie chiave. Oggii costruttori occidentali delegano a partner esterni gran parte dell’architettura digitale, mentre i concorrenti cinesi la sviluppano in-house. Il risultato è un ritardo che si misura già in mesi di time-to-market e che rischia di ampliarsi ulteriormente: nei prossimi cinque anni il 98% dei costruttori cinesi aumenterà gli investimenti negli Sdv, contro il 76% degli europei. (riproduzione riservata)