Tra aumento della vita media e improvvise pandemie prevedere i trend demografici negli ultimi decenni è diventato sempre più complicato. Un problema per le compagnie di assicurazioni che partono proprio da quei numeri per definire le caratteristiche dei propri prodotti e, soprattutto, per calcolare i capitali da accantonare per coprire quei rischi. Rendite previdenziali, polizze vita di puro rischio ma anche coperture sanitarie vanno costruite iniziando da lì e la sfida si è fatta decisamente più impegnativa. Temi che sono stati al centro della conferenza internazionale Longevity 21 che si è tenuta nei giorni scorsi alla Facoltà di Economia de La Sapienza di Roma promossa insieme al Pension Institute – City St George’s (University of London), con la partecipazione di esperti da tutto il mondo. E che vedono in prima linea il regolatore, come racconta a MF-Milano Finanza Rita Laura D’Ecclesia, membro del consiglio dell’Ivass e dell’autorità europea Eiopa.
Domanda. Quali sono i trend emersi dal convegno?
Risposta. Negli ultimi 25 anni l’aspettativa di vita alla nascita a livello mondiale è passata da 66,8 anni nel 2000 a oltre 73 anni tra il 2024 e il 2025. E nei Paesi sviluppati tra il 2000 e il 2025 il rischio annuo di morte intorno ai 60 anni si è ridotto del 20-35%. Per le assicurazioni ciò significa che un ultrasessantacinquenne oggi ha una probabilità di sopravvivere fino a 85 anni sensibilmente più elevata rispetto a un coetaneo nel 2000.
D. Per le assicurazioni l’allungamento della vita comporta un aumento del costo delle pensioni, delle rendite vitalizie e anche dei prodotti per la non autosufficienza, le cosiddette polizze long term care (ltc). La difficoltà è capire cosa cambierà da qui ai prossimi 10 o 20 anni. Il settore riesce a calcolare questi rischi e gli indici di solvibilità li considerano adeguatamente?
R. Lo scenario è in evoluzione. Oggi nella formula standard di Solvency il rischio di longevità è rappresentato da uno shock permanente pari a una riduzione del 20% dei tassi di mortalità utilizzati nelle valutazioni delle passività. Il punto interessante è che, pur essendo rimasto sostanzialmente invariato lo shock regolamentare, il capitale assorbito dal rischio di longevità è aumentato nel tempo. Dal convegno L21 è anche emerso che la crescita della protection può rendere più rilevante non solo la misurazione del mortality risk ma anche il tema della capacità disponibile per assorbirne la componente comune. La riassicurazione in questo resta centrale; se scala e concentrazione aumentano, può diventare interessante capire se nel tempo possano emergere ulteriori fonti di capacità.
D. Ai trend di crescita della vita media si aggiungono fenomeni come la pandemia o le ondate di calore che si registrano in questi mesi, che hanno invece l’effetto di aumentare improvvisamente la mortalità. I modelli riescono a considerare anche questi?
R. La pandemia ha temporaneamente interrotto la tendenza di aumento della vita media. Tra il 2020 e il 2022 molti Paesi hanno registrato un aumento della mortalità e una riduzione dell’aspettativa di vita, con un recupero parziale nel biennio successivo. Il rischio di mortalità e quello di longevità producono effetti diversi sui bilanci assicurativi ma appartengono entrambi alla più ampia categoria dei rischi biometrici. Il fatto è che il trasferimento del rischio dovrebbe rappresentare il punto finale di un processo che parta dalla sua misurazione e consideri la sua diversificazione, per arrivare solo successivamente all’assorbimento tramite capitale. Uno stesso shock demografico può produrre conseguenze diverse tra le imprese. Non è sufficiente sapere che la mortalità è aumentata, ma bisogna capire dove si è concentrato l’aumento e come tale distribuzione interagisca con le caratteristiche specifiche del portafoglio assicurativo. (riproduzione riservata)