Quanto a capitali e ricchezze si sta creando un corridoio sempre più diretto e preferenziale tra l’Italia e Hong Kong. Si parte dal fatto che Hong Kong è la terza destinazione netta in Asia per gli investitori italiani e gli hongkonghesi sono il terzo investitore asiatico in Italia. E nel 2025, gli scambi commerciali bilaterali tra Hong Kong e l'Italia hanno raggiunto i 7,9 miliardi di dollari statunitensi. Questi risultati sono destinati a essere convalidati nel breve periodo, grazie a «diversi motivi che rendono attrattiva l’Italia agli occhi degli hongkonghesi e viceversa, stimolando l’interesse a condurre attività condivise di business». Lo ha raccontato in esclusiva a MF-Milano Finanza, Joseph H. L. Chan JP, Under Secretary for Financial Services and the Treasury del governo della Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong, volato a Roma per partecipare all’evento Europe Family Office Summit.
Partendo dall’Italia, a favore della sua attrattività agli occhi degli investitori giocano principalmente tre aspetti. Innanzitutto paga la stabilità «economica e politica» degli ultimi anni e «la crescita economica, seppur moderata, assicurata». Il secondo tema riguarda l’attuale situazione geopolitica internazionale: l’Italia, per l’area geografica in cui si trova, risulta «meno gravemente colpita dalle tensioni globali, rispetto all’Europa dell’Est o al Medio Oriente». Inoltre «il grande potenziale riscontrato nelle imprese italiane» è stato particolarmente apprezzato dai family office di Hong Kong. In particolar modo, nei settori della tecnologia, del biotech, della sanità e dell’industria del cibo, ha segnalato Chan.
Passando invece all’analisi degli aspetti che rendono Hong Kong un ottimo hub per gli investimenti e per i family office, Chan parte dal fatto che offre «un accesso preferenziale al mercato continentale cinese, nella logica del one country, two systems: Hong Kong e Pechino vantano una interconnessione azionaria, obbligazionaria, per la gestione patrimoniale e un riconoscimento reciproco dei fondi». Allo stesso tempo, aggiunge Chan, Hong Kong è in una posizione privilegiata per «esplorare le opportunità in tutta l’Asia».
Hong Kong poi spicca per la stabilità normativa ma anche economica, anche rispetto al resto dell’Asia. Ecco che il rating creditizio di Hong Kong, è AA+ secondo Standard & Poor’s, lo stesso del governo degli Stati Uniti. Si parla quindi di una «garanzia della protezione degli asset» a cui si somma il fatto che offre una piazza finanziaria stabile, al terzo posto a livello mondiale nell'ambito Global Financial Centre Index (dopo New York e Londra) e al primo nella regione Asia-Pacifico. Riesce così ad offrire un’ampia gamma di prodotti per guadagnare con la diversificazione degli investimenti e opportunità di apprezzamento del capitale.
Nondimeno, Chan definisce «parte integrante dell’attrattività di Hong Kong: la libera circolazione di capitali, il dollaro di Hong Kong è pienamente convertibile, il nostro sistema giuridico basato sulla common law e anche il fatto che il nostro quadro normativo sia compatibile con la maggior parte dei principali mercati».
Ma soprattutto il sistema fiscale è molto vantaggioso. Per le persone fisiche a Hong Kong «non esistono imposte sulle plusvalenze, né tasse sugli interessi percepiti, né ritenute sui dividendi, né tasse di successione o imposte patrimoniali ereditarie, e non c’è alcuna Iva». Per quanto riguarda invece le imprese, l’aliquota standard dell’imposta societaria è soltanto del 16,5%. E anche nel caso dei family office costituiti a Hong Kong, se soddisfano determinati requisiti, possono anche essere esentati dalle imposte. Da non sottovalutare l’alto livello di riservatezza garantita a chiunque «faccia affari o detenga capitale» ad Hong Kong.
Per tutti questi motivi Hong Kong è una destinazione «così attraente per il wealth management e i family office». Tanto che è il primo centro asiatico e secondo al mondo per la gestione patrimoniale transfrontaliera (circa 4,5 trilioni di dollari statunitensi), con l’ipotesi - confermata da diversi analisti - che supererà la Svizzera entro il 2027. Nel solo 2024 il totale dell’attività di gestione patrimoniale è cresciuto del 13%, e «per il 2025 ci attendiamo un altro aumento a doppia cifra», aggiunge Chan. Allo stesso tempo, secondo un report stilato da Deloitte, a Hong Kong, ci sono 3.384 family office, in rialzo del 25% nel giro di due anni. E ancora, «devo citare - continua Chan - che Hong Kong è la seconda città al mondo per numero di ultra ricchi, dopo New York». Alla luce di questa alta concentrazione, Hong Kong offre anche «la possibilità di trovare partners per fare co-investimenti e joint venture, o di confrontarsi su opportunità e scambiarsi conoscenze nonché best practices».
Diverse famiglie fanno già affari o vedono potenzialità in Hong Kong. Nel consueto incontro «che come governo hongkonghese organizziamo ogni anno, il Wealth for Good Summit ad Hong Kong, sono intervenuti esponenti di Octagon Capital, di Zegna» ma anche, allargando lo sguardo a tutta Europa, la svizzera Chopard e l’austriaca Swarovski. Alcune note famiglie industriali italiane, sono già attive ad Hong Kong. (riproduzione riservata)