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 Appello di Tognana, Barilla, Ovs e Upim alla Commissione Ue: no ai dazi del 91% sulla porcellana cinese a marzo
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Appello di Tognana, Barilla, Ovs e Upim alla Commissione Ue: no ai dazi del 91% sulla porcellana cinese a marzo

27 gennaio 2026, 20:00 Ultimo aggiornamento: 20:05

Un gruppo di società italiane, francesi, tedesche e austriache scrive un appello urgente al commissario Ue, Šefcovic, per evitare che i dazi sulla porcellana cinese esplodano, ecco perché

Una lettera al commissario Ue al Commercio Maroš Šefcovic e in copia alla presidente Ursula von der Leyen, inviata da un gruppo di società italiane, fra cui Barilla, Ovs, Upim, Tognana Porcellane, Geminiano Cozzi Venezia 1765, assieme ad altre francesi, tedesche e austriache per chiedere a gran voce all’Unione Europea un intervento urgente. Si tratta di importatori, utilizzatori, produttori e distributori di articoli da tavola e da cucina in ceramica che chiedono di non alzare di un ulteriore 79% i dazi sulla porcellana cinese importata a partire da marzo. Attualmente l’imposizione fiscale è in media del 12%, come sottolinea la missiva spedita nei giorni scorsi. La somma delle due imposizioni è del 91%.

Si tratta del caso Ue R831 previsto dalla Commissione Ue come azione anti-dumping nei confronti di Pechino, accusata di aiuti di Stato nei confronti delle aziende produttrici di ceramica che esportano. E qui le imprese italiane ed europee che hanno sottoscritto la lettera ricordano che quasi il 60% della porcellana europea è importata da anni dalla Cina, visto che nel Vecchio Continente ormai sono rimaste molto poche le fabbriche specializzate. Inoltre «il governo cinese ha deciso di eliminare l'attuale rimborso fiscale del 9% sulle esportazioni di ceramica e porcellana entro il 1° aprile 2026», sottolinea la missiva.

Tognana: un effetto deprimente sui consumi e sull’economia

Antonio Tognana, ceo di Geminiano Cozzi Venezia 1765, spiega infatti a MF-Milano Finanza che «oggi l'Europa importa dalla Cina oltre il 58% della porcellana e ceramica da tavola, mentre riesce a produrre non oltre il 27% dei fabbisogni complessivi del mercato. Il segmento Bone China, poi, più ristretto e di fascia alta, non è affatto prodotto in Europa e in Italia giunge il materiale semilavorato che viene poi trasformato, decorato, ricotto nei forni e portato a prodotto finito».

Se i prezzi dovessero raddoppiare con l'introduzione, a marzo dei nuovi dazi, riprende Tognana, «la certezza, a questo punto è che il consumatore finale rallenti gli acquisti con un effetto deprimente anche sulle imposte dirette ed indirette (Iva). Che cosa accadrebbe poi a ospedali, mense di case di riposo e scuole che dovrebbero investire molto di più nelle stoviglie? Per non parlare del rischio che il governo debba intervenire con i sussidi di disoccupazione sulle società importatrici italiane colpite dai dazi e su tutto il comparto interessato». L’imprenditore veneto chiede quindi «di riportare il tutto alla situazione attuale, appena riconfermata l’8 ottobre 2025 per i prossimi 5 anni a venire. Non c’è infatti alcuna fondata spiegazione per triplicare i dazi solo un mese dopo la riconferma. Sarebbe una forma di autolesionismo».

Chi aderisce all’iniziativa in Europa

Frea le aziende europee che condividono il progetto vi sono la multinazionale francese Ecf, le italiane Pengo e General Trade (collegata al Gruppo VéGé), le tedesche Ritzenhoff&Breker, Asa, le austriache Maeser e Sandra Rich; i negozi indipendenti e le catene di negozi al dettaglio e di grandi magazzini come l’italiana Ovs, Croff ed Upim, Thun e Kasanova, le tedesche/austriache Kaufgut, Metro, Nkd, Interspar; le società di promozione come Promotica o Iniziative Group; le maggiori industrie alimentari come Barilla, o della torrefazione del caffè come Club House e Cafes Richard; le aziende produttrici di porcellane da tavola come Pve e Tognana Porcellane; le aziende decoratrici e trasformatrici come De.Al, Falcone). (riproduzione riservata)



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