Per descriverle gli analisti ricorrono spesso a una metafora del mondo gastronomico: sono come lo zafferano, ne servono pochi grammi ma, senza, il risotto non si può fare. E proprio per questo la loro mancanza, in caso di mancati approvvigionamenti, può rappresentare un grande fattore di debolezza per il sistema industriale italiano, mettendo a repentaglio quasi 500 miliardi di ricavi.
Sono le materie prime strategiche, un insieme di 17 elementi della tavola periodica rilevanti ai fine della transizione energetica, di quella digitale e dell’industria di difesa e aerospazio. E che a loro volta sono un sottoinsieme delle 34 materie prime critiche, delle quali l’approvvigionamento da parte dell’Unione Europea è a rischio. Le più note, anche se non le uniche, sono le terre rare.
Ebbene, per un’azienda italiana importatrice di materie prime critiche basta un euro di import per generarne 43 di fatturato, secondo quanto calcolato da un report dell’Area Studi di Mediobanca guidata da Gabriele Barbaresco, che ha individuato 17 filiere e 43 settori manifatturieri in cui questi elementi giocano un ruolo da protagonisti.
In totale questo ampio spettro di attività industriali, che vanno dall’elettronica alle apparecchiature di cablaggio passando per prodotti refrattari, chimica di base e fertilizzanti, generano ricavi complessivi, per l’appunto, per 489 miliardi, il 58% del settore manifatturiero complessivo.
Ma la cosa più importante individuata dal rapporto è l’impatto economico dell’utilizzo di queste materie prime critiche sui conti delle aziende: l’Area Studi stima un valore aggiunto di 134 miliardi.
Le imprese attive nei settori interessati sono oltre 77 mila e sono prevalentemente aziende piccole: solo il 2,8% supera i 50 milioni di fatturato. Proprio queste società però, evidenzia lo studio, in quanto «relativamente più strutturate, potrebbero svolgere una funzione di coordinamento della filiera in tema di approvvigionamento al fine di alleviare la debolezza contrattuale che colpisce gli operatori di taglia minore».
Costi bassi, ma la dipendenza è estrema
Lo studio evidenzia quindi due aspetti di grande rilevanza. Da una parte le materie prime critiche e strategiche hanno un’incidenza quantitativamente non troppo marcata sui costi delle imprese che le utilizzano. Il valore delle importazioni rappresenta infatti appena il 3,2% del totale dei costi d’acquisto delle imprese utilizzatrici.
C’è però l’altra faccia della medaglia: pur essendo tendenzialmente a buon mercato terre rare & C sono essenziali e difficilmente sostituibili nelle filiere produttive di riferimento. Il che porta al vero nodo del mercato: l’Europa (e con essa l’Italia) è totalmente dipendente dalle importazioni di materie prime critiche e strategiche.
Basta dare un’occhiata al peso dei singoli continenti nella produzione mineraria mondiale per capire la portata del fenomeno: dal 1984 al 2023 la quota del Vecchio Continente è crollata dal 25% al 5,4% a fronte di un balzo dell’Asia (con la Cina mattatrice indiscussa) dal 39% al 62%.
A fronte di una domanda delle sei principali materie prime critiche che da oggi al 2030 dovrebbe crescere in una forbice compresa tra il 27% (scenario base a politiche invariate) e il 52% (in caso di perseguimento del Net-Zero entro il 2050), l’offerta «è prevista evolvere di conseguenza mantenendo però la concentrazione in pochi Paesi estrattori in cui si trovano i giacimenti», evidenzia il rapporto.
Considerando 24 materie prime critiche, l’Area Studi di Mediobanca rileva che per 22 di esse l’offerta mondiale è riconducibile quasi interamente ai tre principali Paesi estrattori. In oltre due casi su tre inoltre il primo Paese ha una quota di mercato superiore al 50%. Ma quali sono queste nazioni che dominano il mercato? La Cina compare tra i principali estrattori di materie prime critiche in 16 casi (67% del totale), seguita da Russia e Brasile rispettivamente a quota sette e cinque.
Alcuni esempi: Pechino detiene il 100% della quota di produzione mondiale di gallio, il 75% di vanadio, l’88% di bismuto, l’86% di magnesio. Il Brasile è a sua volta quasi-monopolista per quanto riguarda il niobio (93%), mentre il 71% della produzione di platino è riconducibile al Sudafrica.
«Nel contesto di una progressiva marginalizzazione dell’Europa nell’attività estrattiva mondiale», scrivono gli autori dello studio, «la produzione globale risulta sempre più concentrata in Paesi politicamente instabili, passati dal 56% del 1996 al 69% odierno, mentre in quelli in via di sviluppo il settore minerario ha assunto un ruolo economico centrale, contribuendo oggi a oltre il 15% del prodotto interno lordo».
C’è poi un ulteriore livello di complessità: la dissociazione tra Paesi in cui si trovano fisicamente i giacimenti e quelli che esercitano il controllo societario delle società estrattive. Secondo quanto calcolato dagli esperti di Mediobanca, in circa i due terzi dei Paesi dotati di materie prime critiche più della metà del settore minerario è controllato da operatori terzi e, in un terzo dei casi, le autorità nazionali non hanno strumenti effettivi di controllo sulla produzione.
Vero è, ammette lo studio, che questi assetti proprietari sono in gran parte riconducibili a Paesi Ocse (caratterizzati in genere da contesti politici più stabili e maggiore certezza del diritto). Ma è anche vero, dall’altro lato, che l’Unione Europea è sempre meno rilevante in queste catene di controllo. A titolo di esempio viene citato il cobalto: fino al 2013 la Cina non aveva pressoché alcuna partecipazione nelle aziende estrattrici, mentre ora è arrivata a controllare più di un quinto del settore. E mentre anche gli Usa si accreditavano con circa un quinto delle partecipazioni societarie rilevanti nel mercato del metallo (centrale anche nella filiera dell’auto elettrica), l’Europa è sprofondata dal 35% al 21%. Quota che peraltro «dissimula una corposa presenza di interessi russi».
L’Unione Europea si trova quindi in balìa di un mercato nel quale è relegata di fatto a mera importatrice. Con tutti i rischi connessi alle oscillazioni dei prezzi delle materie prime critiche, sui quali incidono l’instabilità politica di molte economie dove si trovano le miniere, le eventuali politiche protezionistiche dei Paesi che ospitano i giacimenti, oltre ai pericoli di strozzature o blocchi ai commerci. Tuttavia, riconoscono gli autori del report, il comportamento delle quotazioni delle materie prime critiche è stato finora meno volatile rispetto ai combustibili fossili: se tra il 2016 e il 2024 il petrolio ha registrato una volatilità del 38% e il gas addirittura del 78%, gli indici di materie prime critiche si sono mossi intorno al 19-20%. Merito, scrivono gli analisti, «di costi di stoccaggio relativamente più contenuti, che ne rendono economicamente conveniente l’accumulo per far fronte a rotture nella fornitura e contenere le oscillazioni delle quotazioni».
L’Ue è chiamata comunque a mettersi al riparo riducendo la sua dipendenza dalle importazioni. Per ora il Regolamento sulle materie prime critiche fissa alcuni obiettivi da raggiungere entro il 2030, tra cui la diversificazione delle importazioni extra-Ue (non più del 65% di ognuna delle 17 materie prime strategiche da un unico Paese fuori dall’Ue), il potenziamento dell’estrazione interna e l’incremento delle attività di trasformazione dentro i confini comunitari.
Per ora però, evidenzia l’Area Studi, solo per un elemento (il rame) l’Ue ha conseguito «un accettabile livello di autonomia lungo le tre fasi della filiera: estrazione, trasformazione e riciclo». Per alluminio e tungsteno si riscontra la realizzazione dei target solo in due fasi. Mentre il cobalto, pur in linea su un solo parametro (cioè quello della trasformazione), non è lontano dal raggiungimento degli altri due. «Per tutte le altre materie prime la strada appare molto lunga», conclude il rapporto di Mediobanca. (riproduzione riservata)