Affermare che fra il governo di Giorgia Meloni e la Corte dei Conti non corra buon sangue è perfino riduttivo. La questione va avanti da quando il sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano, magistrato, ha deciso di bloccare dieci nomine a presidente di sezione della Corte.
Motivazione? La riforma voluta dal governo Meloni con l'esplicito obiettivo di spuntare le unghie a quei ficcanaso dei giudici contabili dovrebbe in futuro stabilire per via governativa una compressione delle loro figure apicali: di conseguenza, per quanto legittime, quelle dieci nomine risulterebbero inopportune.
Il rapporto fra governo e Corte dei Conti deve comunque andare avanti. Così mentre arrivava un siluro a mezzo stampa, il presidente dei magistrati contabili Guido Carlino assolveva l'incombenza di presentare il rendiconto generale sul bilancio dello Stato per il 2025. Dove le spine per il governo sono piuttosto numerose.
Vero, sostiene la Corte dei Conti: se l'anno scorso l'Italia non è uscita dalla procedura d'infrazione per deficit eccessivo, fermandosi al 3,1% del prodotto interno lordo anziché al 3% come stabilito dalle regole europee, la colpa è anche del Superbonus. Nel 2025 le relative compensazioni fiscali hanno raggiunto 38,3 miliardi (+3%), cui vanno aggiunti 5,8 miliardi di altri bonus edilizi (+16%).
Totale: 44,1 miliardi. Considerazione di sicuro accolta con gioia da chi nell'esecutivo non si stanca di accusare quella misura ormai da anni per giustificare i problemi dei conti pubblici. Peccato che qualche riga più in basso partano le bordate e su una delle questioni più sensibili: il fisco.
Si comincia girando il coltello nella piaga, con la conferma che nel 2025 la pressione fiscale è salita dal 42,4 al 43,1 per cento del pil. Per arrivare ai favori a certe categorie ritenute amiche, prima fra tutte quella degli autonomi. «L’esame dei regimi tributari e del gettito evidenzia la progressiva erosione della base imponibile dell’imposta sul reddito delle persone fisiche per effetto dell'espansione dei regimi sostitutivi e forfettari», c’è scritto nella relazione.
La Corte punta il dito verso la flat tax al 15 per cento dell'Irpef per i lavoratori autonomi che hanno un giro d'affari entro 85 mila euro l’anno. «Il regime forfettario per i titolari di partita Iva ha raggiunto oltre due milioni di beneficiari, con un costo stimato in termini di minor gettito di circa 3,4 miliardi per il 2025, sensibilmente superiore alle previsioni originarie», denuncia la Corte dei Conti.
E viene in mente che quei soldi sarebbero largamente bastati per farci uscire dalla procedura d’infrazione Ue, nonostante la scoppola del Superbonus. La relazione di Carlino non si astiene nemmeno dal segnalare «la progressiva crescita dei soggetti che si avvalgono del regime, pari al 24,7 per cento rispetto al 2019». È l’anno in cui la flat Irpef per gli autonomi, fortissimamente voluta dal capo leghista Matteo Salvini per ragioni di consenso, è stata inaugurata (allora il limite del giro d'affari per ottenere il beneficio era a 65 mila euro). Senza minimamente considerare il fatto che una cosa del genere avrebbe messo ancor più in crisi il principio di equità dell'Irpef.
Imposta, sottolinea la Corte, «che continua a gravare quasi esclusivamente sui redditi da lavoro dipendente e da pensione». Carlino ricorda che lavoratori dipendenti e pensionati pagano l'82 per cento di tutta l'Irpef incassata dallo Stato. Aggiungendo che la faccenda dell'equità dell'imposta sulle persone fisiche deve ancora essere perseguita dall'ennesima riforma fiscale governativa in ballo ormai da quasi tre anni.
«Il processo di riforma avviato dalla legge delega 111 del 2023 (9 agosto, ndr) ha prodotto finora 18 decreti legislativi e 6 testi unici di riordino». Ma siamo ancora abbastanza in alto mare. La scadenza della delega è stata prorogata al 29 agosto 2026. E oltre al guazzabuglio dell'equità orizzontale dell’Irpef vanno risolte altre cosucce per nulla trascurabili. Per dirne una, la «revisione organica delle spese fiscali, stimate complessivamente in 119 miliardi di mancato gettito (5,3% del pil)».
Nella relazione della Corte dei Conti ce n’è anche per l'evasione fiscale, che nonostante l'introduzione di alcune norme coma la fatturazione elettronica e l’aumento dei controlli resta la palla al piede del Paese. Anche perché, dice il rapporto della magistratura contabile, la maggior parte dei controlli è automatizzata. Mentre i controlli non automatizzati, «quelli che consentono di recuperare effettiva base imponibile», sono poco più di un terzo, il 34%.
Per giunta, «tenuto conto della numerosità dei fenomeni evasivi, sarebbe opportuno concentrare ulteriormente la frequenza dei controlli, soprattutto per le tipologie a maggiore rischio di evasione, anche attraverso un maggior utilizzo dei dati a disposizione dei sistemi infornativi». Dati, precisa la Corte, come «fatture elettroniche, corrispettivi telematici e movimenti risultanti dall'anagrafe dei rapporti finanziari e dai pagamenti elettronici».
Né manca, a questo proposito, un «dato critico». È la frequenza dei controlli in rapporto alla numerosità «dei contribuenti soggetti agli Isa», cioè gli Indicatori Sintetici di Affidabilità fiscale. ?????? Non supera mediamente il 3,8%, dice il rapporto. E «con valori molto contenuti in specifici settori: 1,3% per studi medici e laboratori di analisi e 1,6% per locazioni immobiliari». (riproduzione riservata)