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Fabio Nalucci, ceo Gellify
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Venture capital. Parla Nalucci (Gellify): i fondi per le startup italiane in arrivo dall’estero. Ecco i campioni su cui puntare

24 marzo 2023, 23:43 Ultimo aggiornamento: 28 marzo 2023, 17:13

Il crollo di Svb mette a rischio i finanziamenti alle startup nel mondo. In Italia il mercato è ridotto, quindi è meglio puntare sul B2b e in particolare su Bkn 301, Bit2win e Apparound | Startup, dopo la crisi Svb chi le finanzia? | Startup, Cdp crea un modello Nasdaq per il venture capital italiano

La goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il fallimento di Svb è solo l’ultimo tassello della crisi delle startup americane, che ha origini più risalenti nel tempo. Certo, non era facile prevederla: a inizio 2022 aziende come Space X avevano raggiunto valutazioni stellari. Poi è affondato il Nasdaq e si è portato dietro gran parte delle startup Usa.

«C’è stato un crollo del 70/80%. Una fintech come Klarna è passata da una valutazione di 45 miliardi a una di 6 miliardi», spiega Fabio Nalucci, ceo Gellify, che insieme ad Azimut ha lanciato Fndx, società che aiuta i fondi a selezionare le migliori startup su cui investire. «Nel 2022 si è creata una bolla simile a dogecoin, non giustificata dai fondamentali», aggiunge l’ad. «Poi è arrivato il crack di Svb e la fiducia è diminuita ancora».

D. Era possibile prevedere il crollo della banca Usa?

R. I rumors giravano da settimane. Negli ambienti finanziari americani si parlava di problemi nella gestione della liquidità, che avrebbero potuto mettere Svb in difficoltà se i clienti avessero ritirato il capitale. Cosa che poi è accaduta.

D. Perché è successo?

R. Il deflusso dei depositi andava avanti da tempo. Il Pioneer fund, in cui investo a livello individuale, aveva chiesto alle startup che finanzia di ritirare i soldi già un mese prima del fallimento. Il motivo è semplice: perché tenere il capitale fermo in una banca se puoi investirlo in bond sicuri che rendono il 5/6%?

D. Anche in Italia si adottano strategie simili?

R. Il mio modo di investire è lontano da quello americano. I fondi Usa sanno che su cento operazioni una diventerà un unicorno, quattro andranno molto bene e le altre 95 pagheranno comunque. Io punto invece su startup del B2b, con tempi di crescita ragionevoli: sono più adatte alle dimensioni del mercato italiano, che può permettersi round meno grossi.

D. A proposito. Come sta il venture capital in Italia?

R. Non è ancora maturo. Nel 2016 nel nostro Paese sono stati investiti circa 100 milioni in start up, una cifra inferiore a quella di cui dispone anche il più piccolo fondo Usa. Nel 2022 siamo saliti a 2 miliardi, ma si tratta sempre di un quinto di quello che investe la Francia.

D. Cosa comporta la dimensione ridotta?

R. Cambiano i criteri di selezione delle startup. Prima di spendere bisogna capire se il mercato è in grado di evolvere così rapidamente da adattarsi ai loro prodotti. Poi si deve tenere conto delle possibilità di exit: in Italia non ha senso investire su una startup che punta a valere 100 milioni, perché nessuno potrà acquistarla. Quindi è meglio puntare su exit da 15/20 milioni: la cifra è più bassa, ma se entri con 2/5 milioni i moltiplicatori restano comunque ottimi.

D. Su quali startup italiane conviene puntare?

R. Abbiamo eccellenze nella tecnologia, nella meccanica e nel packaging. Ad esempio la fintech Bkn 301, che abbiamo in portafoglio, sta conquistando la partita dei pagamenti digitali a discapito dei grandi colossi. Mentre Bit2win e Apparound sono tra le prime dieci al mondo nel loro settore. Le startup italiane del consumer, invece, soffrono rispetto a quelle straniere perché il nostro mercato è ristretto e faticano ad aggregarsi.

D. Ci descrive lo startupper italiano?

R. Quelli del B2b hanno un’età media di 40 anni. Sanno che chi fa startup in Italia rischia la fame, quindi prima di partire si creano una rete di contatti. Gli startupper del consumer sono più giovani, ma gli manca dietro un’infrastruttura che li sostenga. È questa la differenza con gli Usa: la rete, che aiuta a non commettere errori.

D. C’è qualcosa in cui battiamo gli americani?

R. Siamo più resilienti. I nostri startupper sono cresciuti in un contesto complicato, così hanno maturato una grande capacità di risoluzione dei problemi.

D. Cosa devono aspettarsi dal futuro?

R. In Italia il mercato del venture capital è via di sviluppo perché si è aperto ai capitali esteri. I fondi internazionali vengono a fare round da 15/20 milioni: hanno riconosciuto le qualità delle nostre startup e sanno che abbiamo prezzi da sogno. Negli Usa devono spendere 5 milioni per un’azienda che esiste solo sulla carta, qui bastano 500 mila euro e i moltiplicatori sono molto più alti.

D. Cosa serve per migliorare?

R. Deve crescere tutto l’ecosistema, non solo quello istituzionale. In Italia la maggior parte degli investitori privati è in Lombardia: il nostro venture capital avrebbe un’impennata se si riuscisse anche solo a pervadere le prime 10 città italiane. Ma purtroppo le grandi famiglie preferiscono ancora investire in modo tradizionale. (riproduzione riservata)



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