BusinessDistretti calzaturieri, calano i volumi e aumentano i costi di produzione
Le griffe spingono i fornitori verso la filiera verticale per evitare rischi reputazionali. Nelle aziende tornano i reparti di taglio e giunteria, ma volano i prezzi. I riflettori si accendono sul Micam di Milano, in scena in Fiera dal 13 al 15 settembre
In un contesto italiano ancora debole per il settore calzaturiero (-2,7% il fatturato e -1,6% l’export secondo le rilevazioni del centro studi di Confindustria accessori moda per il primo trimestre), i principali distretti della scarpa italiana attendono un rilancio che tarda ad arrivare. La buona notizia è che non trapelano particolari criticità o rischi di insoluti, ma anche nei cluster apparentemente più dinamici come la Riviera del Brenta, dove secondo le rilevazioni dell’Osservatorio distretti di Intesa Sanpaolo è stato registrato un balzo di oltre il 5% del fatturato export nel primo trimestre 2026 (mentre le esportazioni del 2025 avevano fatto segnare una flessione del 5,3% a 928 milioni di euro), l’impressione è di una discesa dei volumi per effetto delle minori importazioni di mercati chiave come Stati Uniti, Middle east e Cina.
«L’aumento dei costi generali ha determinato una revisione dei listini che probabilmente spiega l’apparente incremento, ma le quantità sono sicuramente in contrazione perché le produzioni dei top brand, tipiche della Riviera del Brenta, non sono al riparo da queste dinamiche», ha dichiarato a MFF Daniele Salmaso, imprenditore del distretto e presidente del gruppo calzatura di Confindustria Veneto est. In particolare, secondo Salmaso, la sneaker griffata sta vivendo una fase di contrazione. «Meglio la scarpa femminile elegante. Le sneaker in generale non vanno male, ma l’impressione è che gli specialisti dello sport siano in grado di ottenere risultati migliori rispetto ai brand del lusso, per questioni di prezzo e perché l’articolo sportivo non si presta alla valorizzazione che il consumatore si aspetta quando paga certe cifre per assicurarsi una scarpa made in Italy».
Si assiste poi, nel distretto delle grandi firme tra Padova e Venezia, a un incremento di commesse per l’indotto calzaturiero certificato che assicura la tracciabilità e il rispetto della legalità. «Una tendenza in atto», ha rimarcato Salmaso, «è l’internalizzazione delle operazioni di taglio e orlatura delle pelli da parte dei calzaturifici. Queste fasi, un tempo esternalizzate, oggi tornano in casa per le esigenze di controllo da parte dei brand che vogliono evitare danni reputazionali». Un’esigenza che comporta maggiori necessità di personale e, di conseguenza, un aumento più che proporzionale dei costi di produzione.
Questo accade nel Veneto, prima regione italiana per l’export calzaturiero con 685 milioni di ricavi esteri nel primo trimestre (+1,5%) e dove a fine marzo operavano, secondo i dati del centro studi di Confindustria accessori moda, 977 imprese per un’occupazione complessiva di 13.751 addetti. Nelle Marche, prima regione calzaturiera per numero di imprese (2.293 a fine marzo) e addetti (18.836, in calo del 2,2% rispetto allo stesso quarter 2025), i risultati sono particolarmente negativi, con un -7,3% nell’export trimestrale che si ferma a 316 milioni di euro. «Le aziende stanno cercando di sopravvivere, questo è il termine più appropriato», ha commentato Elisabetta Pieragostini, neo eletta presidente di Confindustria Fermo, la provincia più calzaturiera delle Marche, e imprenditrice della filiera con il suolificio Da.Mi. «Le tensioni geopolitiche, le riduzioni di ordini legate a specifici mercati e gli aumenti dei costi sono problematiche destinate a perdurare. Sicuramente la parte conclusiva dell’anno, legata alle produzioni estive che hanno un valore inferiore rispetto a quelle invernali, non sarà in grado di invertire la rotta. Occorre ripensare le nostre aziende e il modo di lavorare, perché gli ordini non saranno più quelli di un tempo», ha rimarcato Pieragostini.
Una parziale consolazione è legata alla tenuta dei fondamentali del distretto fermano. «Dopo aver registrato alcune chiusure aziendali a fine 2025 e lievi riduzioni occupazionali, la situazione a metà 2026 appare stabile, anche per il ricorso alla cassa integrazione», ha evidenziato Giuseppe Tosi, direttore di Confindustria Fermo. In Toscana, l’area con specializzazione calzaturiera compresa tra Pistoia e Lucca, secondo i dati forniti dal centro studi di Confindustria Toscana nord, aveva totalizzato nel 2025 un export complessivo di 185 milioni tra Lucca e Pistoia (-5% sul 2024) e con un peso sulla quota Italia dell’1,6%. Passando invece alla congiuntura, secondo un’indagine sulle aziende di cuoio e calzature con almeno dieci addetti, gli ordini dall’estero sono calati nel primo e secondo trimestre 2026, rispettivamente del -5,4% e del -4,6%, mentre, sempre nei due periodi, la produzione è stimata a -4,9% (a fronte di +0,5% in Italia) e -5%.
Infine, qualche indicazione ulteriore sulla congiuntura si ricava dalle ore autorizzate di cassa integrazione nella filiera pelle. Gli interventi ordinari nell’area nel 2025, anche se molto inferiori rispetto al 2024, sono stati comunque circa tre volte quelli del 2023 (396 mila ore contro le 123 mila del 2023), con una crescita superiore alla media italiana. Il peggioramento è soprattutto da ricondurre alla provincia di Lucca, dove le ore nel 2025 sono circa otto volte quelle del 2023, mentre a Pistoia la crescita è simile alla media. Se si sommano anche gli interventi di natura straordinaria, legati a situazioni aziendali di tipo strutturale, si nota l’incremento particolarmente elevato in provincia di Lucca (circa dieci volte nel 2025 rispetto al 2023), che tuttavia va letto anche tenendo conto del livello iniziale basso.
«Se il trend rimane quello attuale, è difficile pensare che nei primi mesi dell’anno prossimo possa cambiare qualcosa. La speranza è nelle campagne vendite per il 2027 e nell’andamento del prossimo periodo natalizio. L’Asia sembra ancora in calo, seppur con qualche segnale positivo dalla Cina, mentre gli Stati Uniti sono in tenuta», ha spiegato a MFF Rodolfo Checcucci, coordinatore gruppo cuoio calzature di Confindustria Toscana nord, aggiungendo: «Il 65-70% del lavoro di distretto è sul prodotto maschile di alto livello, dove abbiamo anche meno concorrenza internazionale, su merceologie come il mocassino.
In linea generale, il formale sta performando bene rispetto agli ultimi quattro o cinque anni, mentre è calato lo sportivo». L’imprenditore ha poi parlato delle richieste alle istituzioni. «A nostro avviso servono incentivi per l’innovazione e fanno la differenza la programmazione e una politica industriale, sia nazionale, sia locale. Altro punto centrale sono le politiche sul lavoro, con sgravi sulle assunzioni dei giovani, perché se il settore è considerato strategico, allora deve attrarli. Infine, il distretto va preservato. Bene le iniziative dei singoli aggregatori di aziende come i fondi di investimento, ma devono rimanere attive le tante imprese che rappresentano da sempre l’anima e la caratterizzazione di queste aree». (riproduzione riservata)
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