BusinessComparto sotto pressione a – 2,2%. Antonio De Matteis: «Le chiavi per crescere»
«Mi aspetto un 2026 ancora complesso», racconta a MFF il presidente di Pitti immagine. Che dopo un 2025 in calo si dice ottimista ma nota: «Fare previsioni in questo scenario è difficile. La geopolitica complica e molto pesano i cambi e l’energia». L’export è stabile a 8,8 miliardi. Gli Usa sono il terzo mercato, seguiti dalla Cina in recupero

«La moda ha sempre reagito a qualsiasi difficoltà, forse anche a momenti peggiori di questo. Abbiamo il dovere di guardare sempre avanti». Le due frasi di Antonio De Matteis, presidente di Pitti immagine, sintetizzano meglio di qualsiasi curva macroeconomica lo stato del menswear italiano: un settore che vive il 2026 con il peso della volatilità geopolitica, ma senza rinunciare alla propria grammatica storica fatta di resilienza, export e capacità di adattamento. Il quadro, però, resta complesso. Secondo le stime del comparto moda elaborate nel perimetro di Confindustria moda, il menswear italiano ha chiuso il 2025 in calo del 2,2%, ma con un export tonico a 8,8 miliardi (+0,1%) in un mercato internazionale sempre più disallineato tra aree in difficoltà e poli in ripresa.
Il lieve recupero della Cina, le tensioni in Medio Oriente e la volatilità dei cambi si sommano a un tema strutturale ormai centrale: il costo dell’energia, ingigantito dalla guerra di Hormuz. Eppure, dentro questo scenario, il sistema tiene. Le fiere registrano pieno di espositori, i buyer internazionali continuano a muoversi e il prodotto italiano mantiene una capacità di attrazione che resta superiore alla fase ciclica. È una resilienza che non cancella le difficoltà, ma le assorbe. «Credo che la moda maschile, anche questa volta, saprà reagire», osserva De Matteis, indicando nel comportamento del sistema Pitti uno dei segnali più evidenti di tenuta.
Che impatto hanno avuto Medio Oriente e tensioni geopolitiche?
Sicuramente nelle prime settimane il Medio Oriente ha avuto un impatto, soprattutto in aree come Dubai dove il turismo incide molto. Poi però la situazione si è parzialmente stabilizzata e oggi non vediamo più il calo iniziale. Ci sono aree più colpite e altre meno, soprattutto dove l’economia è meno legata ai flussi turistici.

Qual è il sentiment per il 2026?
Mi aspetto un 2026 ancora complesso. La situazione geopolitica non facilita il lavoro del settore, ma la moda ha sempre reagito a qualsiasi difficoltà, forse anche a momenti peggiori di questo.
Qual è il quadro dei mercati internazionali oggi?
Gli Stati Uniti continuano a essere un mercato molto forte. In Asia vediamo segnali di ripresa importanti: il Giappone va bene, la Corea cresce e anche la Cina sta risalendo rispetto a qualche mese fa. Siamo ancora in una fase di riequilibrio, ma si intravede una luce diversa rispetto al passato recente.
Da dove può arrivare la crescita?
La crescita passa dalla capacità di innovare e di interpretare i nuovi bisogni del consumatore maschile. Oggi l’uomo è cambiato molto, è più attento al momento d’uso del capo e cambia guardaroba con più frequenza. Questo allarga il mercato e crea nuove occasioni di consumo, che restano un motore importante per il settore.
Qual è il vero nodo competitivo per le aziende oggi?
Bisogna essere attenti all’evoluzione del mercato e saper rispondere con innovazione alle nuove esigenze. Restano centrali la filiera e i costi, dall’energia ai cambi, che impattano direttamente su filiera e prodotto finale.
Qual è la sfida più grande per il menswear italiano?
Rimanere attenti all’evoluzione del mercato e saper innovare. È la sfida di tutte le imprese: capire cosa vuole il consumatore e riuscire a rispondere. È sempre stato così e continuerà a esserlo. (riproduzione riservata)
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