Negli ultimi mesi il crollo verticale dello yen è stato un tema chiave, con le quotazioni che sono arrivate ai minimi da oltre 30 anni contro il dollaro in area 160, mentre per acquistare un euro servivano oltre 170 yen. È intervenuta anche la Banca centrale giapponese, ma con risultati sin qui modesti.
«La ragione chiave alla base di questa discesa è legata al differenziale fra il costo del denaro nel Sol Levante e quello delle principali economie occidentali. Anche se è finita l’era dei tassi negativi in Giappone, il gap fra lo 0,10% della Bank of Japan e il 4,50% della Bce, il 5,25% della Banca d’Inghilterra e il 5,50% della Federal Reserve resta enorme», spiega Carlo Alberto De Casa, analista esterno per Swissquote. «Questo fa sì che acquistare euro, dollari o sterline contro yen offra uno swap o rollover positivo. In altre parole, il costo di finanziamento per tenere aperta la posizione contro lo yen è a credito. Invece, siccome i tassi giapponesi sono più bassi, chi punta sullo yen paga quotidianamente uno swap per mantenere aperta la posizione».
Ne deriva che chi scommette contro lo yen non ha alcuna fretta, anzi si può accontentare di una lateralità, effettuando quello che tradizionalmente è chiamato carry trade (chi scommette sul differenziale di tassi tra due differenti valute). Per contro, detenere yen contro altre valute è relativamente costoso, avverte l’esperto. Sin qui la Banca centrale giapponese non è risultata molto attiva. Si è vista soltanto con due interventi fra fine aprile e inizio maggio, quando il cambio fra dollaro e yen era salito in area 160 (la prima volta) e 158 (nel secondo caso, a inizio maggio).
«La discesa del cambio dollaro/yen generata dagli acquisti della Bank of Japan ha, però, avuto vita breve, con il trend primario che ha ripreso il sopravvento. In sintesi, gli operatori puntano ancora su uno yen debole o quantomeno si accontentano che resti sugli attuali valori sfruttando gli swap positivi», continua De Casa. Ecco, quindi, spiegata la nuova discesa della valuta nipponica, che si è di fatto divorata buona parte dei profitti generati dall’intervento della banca nipponica, con il cambio dollaro/yen nuovamente a ridosso di quota 155 (154,734). Il tutto in un ambiente complessivo caratterizzato per di più da un dollaro in calo.
Da segnalare, poi, come la Bank of Japan si stia muovendo con una certa cautela, verosimilmente a ragion veduta. Infatti, la maniera principale che ha per sostenere il cambio è quella di vendere titoli di Stato americani, denominati ovviamente in dollari, e comprare yen. «Attenzione, però, perché di fatto questo processo tende ad alzare i rendimenti dei titoli di Stato americani, rendendoli potenzialmente più redditizi. Vi è, quindi, il rischio di ottenere l’effetto opposto di quello desiderato», osserva De casa. In alternativa l’Istituto centrale guidato da Ueda potrebbe optare per uno o più rialzi al costo del denaro. Anche in questo caso, però, non mancano i possibili effetti collaterali. Primo fra tutti quello di frenare la crescita economica del paese, già anemica anche con gli attuali tassi.
Lo confermano i dati pubblicati oggi, 16 maggio. L'economia giapponese si è contratta del 2% a livello annualizzato nel primo trimestre del 2024, secondo i dati preliminari del governo, segnando la prima contrazione in due trimestri in un contesto di consumi stagnanti. Il dato si confronta con una previsione degli economisti di un calo dell’1,5%. Su base trimestrale il pil si è contratto dello 0,5%, mentre il consenso degli economisti aveva previsto un -0,4%. Nel primo trimestre di quest'anno, i consumi privati, che rappresentano la componente principale del pil, sono diminuiti del 2,7% a livello annualizzato.
Gli investimenti aziendali sono calati del 3,2%, le esportazioni del 18,7%, le importazioni del 12,8% e gli investimenti residenziali privati del 9,8% rispetto al trimestre precedente. I consumi sono diminuiti per il quarto trimestre consecutivo poiché l`inflazione ha superato la crescita dei salari. L'indice principale dei prezzi al consumo, che esclude gli alimenti freschi, è stato pari al 2,5% nel trimestre. Inoltre, a marzo la produzione industriale è aumentata del 4,4% su mese ed è scesa del 6,2% su anno. Nello stesso mese la capacità di utilizzo degli impianti è salita dell'1,3% congiunturale. I dati deboli hanno sollevato più dubbi su quanto la Banca del Giappone (BoJ) sarà in grado di inasprire la politica monetaria quest'anno. (riproduzione riservata)