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Viaggio tra le leggi elettorali. Perché l’ultima proposta dalla maggioranza è la peggiore
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Viaggio tra le leggi elettorali. Perché l’ultima proposta dalla maggioranza è la peggiore

di Michele Ainis*
17 giugno 2026, 02:00 Ultimo aggiornamento: 07:05

l’Italia ha un rapporto ossessivo e instabile con le leggi elettorali, cambiate continuamente nel tempo. La Bignami bis riduce la possibilità per gli elettori di scegliere i propri rappresentanti

Non è una legge, è una nevrosi. Il nostro rapporto con le leggi elettorali reclama le cure di un bravo psichiatra. Perché siamo volubili, capricciosi, instabili. E mentre è in forno la quinta riforma della legge elettorale in 33 anni (Bignami bis, indigesta fin dal nome), non ci resta che scegliere fra l’invidia e la disperazione.

Il primo sentimento ci morde alla gola dinanzi all’esperienza degli altri Paesi. Sta di fatto che i tedeschi mantengono la stessa legge elettorale dal 1956, i francesi dal 1958. Gli inglesi, poi, sono fermi da tre secoli. Il loro sistema uninominale a un turno (first past the post) nel corso del tempo ha accolto l’allargamento del suffragio, ma non ha mai subito cambiamenti sostanziali. Anche il referendum del 2011 – che intendeva rimpiazzare il maggioritario con un sistema più rappresentativo – si è concluso con un fiasco: 69% di «no».

La complessa storia delle leggi elettorali italiane

Quanto alla disperazione, è figlia d’una lunga storia. L’unità d’Italia, durante la metà dell’Ottocento, fu battezzata con un maggioritario uninominale a doppio turno. Ma già nel 1882 l’abbandonammo in favore del sistema proporzionale, con un meccanismo plurinominale di lista. Sostituito nel 1891 attraverso il ripristino del maggioritario, poi nel 1919 attraverso il ripristino del proporzionale.

Dopo di che Mussolini, nel 1923, impone la legge Acerbo, ossia un maggioritario con il turbo. Cestinato a sua volta dal superproporzionale che nel 1946 elegge l’Assemblea costituente. Anche nel dopoguerra, però, la giostra continua a girare. Correggiamo i congegni elettorali nel 1948, poi nel 1953 con la «legge truffa», abrogata l’anno successivo dopo polemiche roventi (quella legge garantiva il 64,4% dei seggi alla coalizione che avesse superato il 50% dei voti, ma il premio non scattò per un soffio).

Nel 1993 entra in scena il Mattarellum, ideato dall’attuale capo dello Stato per rispettare l’esito del referendum sul maggioritario promosso da Mario Segni, salvando tuttavia una quota di proporzionale (il 25% dei seggi). Già, i referendum: in materia elettorale ne abbiamo celebrati sei (nel 1991, nel 1993, nel 1995, nel 1999, nel 2000, nel 2009). Un altro effetto della nostra nevrosi.

Che s’accanisce generando, nel 2005, una nuova legge elettorale: il Porcellum, di nome e di fatto. Garantiva un premio di maggioranza senza una soglia minima di voti per accaparrarselo, sicché nel 2014 la Corte costituzionale lo gettò nel cestino dei rifiuti. E introduceva le liste bloccate, derubando gli elettori del potere di scegliere gli eletti.

Un furto replicato dalle successive leggi elettorali: nel 2016 (l’Italicum, bocciato nuovamente dalla Consulta senza venire mai sperimentato) e nel 2017 (il Rosatellum, che non prende il suo nome da un fiore bensì da un parlamentare, Ettore Rosato). Quest’ultima legge, come i suoi più vicini antecedenti, forgia un sistema misto, per tre ottavi maggioritario (con i collegi uninominali, dove viene eletto un solo candidato), per cinque ottavi proporzionale (e ovviamente con i listini bloccati, decisi in solitudine dai segretari di partito). Insomma, un maggiorzionale, un minotauro in abiti legislativi.

Criticità della Bignami bis o Stabilicum

Sicché adesso ci risiamo. La proposta scritta e riscritta dalla maggioranza di governo con la firma del deputato Galeazzo Bignami (da qui il suo nome: Bignami bis, variamente appellata anche come Melonellum o Stabilicum) non è adatta per le menti semplici. In sintesi, poggia su un impianto proporzionale puro, però drogato da un sostanzioso premio di maggioranza se una coalizione supera il 42% dei consensi: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato.

Non c’è più l’eventualità del ballottaggio prevista nella sua prima versione, ma soprattutto vengono cancellati con un tratto di penna i collegi uninominali che nel Rosatellum offrivano l’unica possibilità di scelta agli elettori, sia pure per una frazione residuale. Trionfano viceversa i listini bloccati, con l’aggravante che in questo caso gli elettori non sono in grado di conoscere in anticipo neppure il nome degli eleggibili: i candidati in posizioni inferiori nel listino entrano difatti in gioco sulla base di calcoli complessi, legati ai resti e alle percentuali finali dei partiti a livello nazionale.

Morale della favola: la legge elettorale perfetta probabilmente non esiste, ma quella imperfetta sì, e noi italiani ne sappiamo qualcosa. È imperfetta una legge che non sa decidersi tra le virtù del proporzionale (la massima rappresentatività) e quelle del maggioritario (la massima governabilità), finendo per sommare i difetti dell’uno e dell’altro sistema. È imperfetta – di più: è scellerata – una legge che espropria gli elettori del diritto di scegliere gli eletti. Ed è imperfetta una legge che contribuisce a rendere più astrusa una materia che già di suo farebbe impazzire un astrofisico. Tre imperfezioni in un corpo solo: oltre allo psichiatra, urge trovare anche un chirurgo plastico. (riproduzione riservata)

*costituzionalista



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