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Nicolas Maduro, presidente venezuelano deposto dagli Usa
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Venezuela, le conseguenze sui mercati emergenti: chi vince e chi perde dopo l’attacco Usa a Maduro

08 gennaio 2026, 09:55 Ultimo aggiornamento: 10:15

I mercati obbligazionari avevano già scontato la situazione di forte instabilità del Paese, mentre per quelli azionari la vera partita inizia ora: ecco come posizionare il portafoglio

La cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti di Donald Trump e la sua deposizione non hanno avuto per ora un effetto dirompente sui mercati finanziari mondiali, ma potrebbero avere ben presto implicazioni importanti per i mercati emergenti.

In realtà, segnala l’emerging markets economist di J. Safra Sarasin, Mali Chivakul, il segmento obbligazionario aveva già scontato la situazione di forte instabilità del Paese. «Il valore di recupero delle obbligazioni venezuelane in default è salito da circa 20 centesimi di dollaro a metà del 2025 a circa 30 centesimi alla fine del 2025, per poi superare i 40 centesimi dopo la cattura».

Le conseguenze per i mercati sudamericani

A livello di singoli mercati, l’attenzione degli investitori è oggi proiettata verso quelli sudamericani. Gli investitori italiani possono in realtà scommettere, tramite Etf, su due soli indici emergenti dell’America Latina: il Brasile (+3,4% la performance in euro di questo inizio del 2026) e il Messico (+1,9%), che geograficamente fa però parte del Nordamerica.

«La cattura di Maduro ha inviato un chiaro segnale di sostegno alle fazioni politiche di destra della regione, che hanno espresso apertamente la  volontà di tenere sotto controllo la criminalità e la violenza», osserva Chivakul. «Gli Stati Uniti probabilmente sosterranno apertamente questi candidati nelle prossime elezioni in Colombia, Perù e Brasile. Se dovessero guadagnare consensi nei sondaggi, anche i mercati di questi Paesi dovrebbero trarne vantaggio».

Il nodo cinese


Un altro tema centrale riguarda il ruolo della Cina in Venezuela. «Pechino ha rapidamente ampliato i propri interessi commerciali, in particolare nel settore delle materie prime», ricorda l’economista. «Questo è ora il principale motivo di preoccupazione per gli Stati Uniti».

Al contempo però, viste dalla prospettiva di unn investitore, «le perdite degli investimenti cinesi in Venezuela non sono la preoccupazione principale». Infatti, prosegue Chivakul, «anche se le banche politiche cinesi e altri creditori statali rischiano di subire maggiori perdite se gli Stati Uniti prendono il controllo dei proventi petroliferi e li indirizzano verso i creditori statunitensi, la Cina ha ridotto la sua esposizione nei confronti del Venezuela, che aveva raggiunto il picco all'inizio degli anni 2010».

A rischio porti e miniere del Dragone

Per ora le borse del Dragone sono rimaste piuttosto indifferenti alla crisi venezuelana, e da inizio anno l’indice Msci China in euro sta guadagnando il 3,4%. L’esperto di J. Safra Sarasin segnala solo un elemento di rischio per Pechino: «Ciò che è più importante è l'investimento della Cina in infrastrutture e risorse in altri paesi dell'America Latina. Prevediamo una maggiore pressione da parte degli Stati Uniti per allontanare gli investimenti cinesi in infrastrutture strategiche, come il porto di Chancay in Perù, e risorse critiche come le miniere».

Un buon esempio, conclude l’economista, «è il recente avvicinamento della Bolivia agli Stati Uniti dopo le elezioni presidenziali di ottobre, che ha portato il Paese a riconsiderare i contratti per l'estrazione del litio firmati con la Cina».

Quali mercati emergenti per il 2026

Guardando più in generale all’intero universo emergente Raheel Altaf, co gestore dell’Artemis Global Emerging Markets Equity Fund, ha una maggiore esposizione proprio «verso l'America Latina, dove siamo piuttosto ottimisti sulla ripresa di alcuni mercati, in particolare il Brasile, dove i tassi di interesse sono molto elevati rispetto all'inflazione». C'è inoltre «una forte domanda di materie prime, e le azioni brasiliane rimangono piuttosto sottovalutate rispetto al passato e alla classe di attività», ricorda il money manager.

Oltre a ciò, il gestore è piuttosto ottimista «sulle aree dell'Europa orientale, su alcune parti del Medio Oriente e sempre più sul Sudafrica, dove vediamo alcune misure molto positive che riteniamo possano essere di grande sostegno per l'economia sottostante». (riproduzione riservata)



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