Il Nikkei cede oltre l’1%, giovedì 27 marzo alle ore 7:30 italiane, poche ore dopo che il presidente Usa Donald Trump ha annunciato dazi del 25% su tutte le auto importate negli Stati Uniti anticipando in questo modo la data del 2 aprile in cui scoprirà le carte su un ampio pacchetto di nuove tariffe. Ieri il Nasdaq ha perso il 2%, mentre in Asia a reggere le vendite è la Cina, nonostante i dati macro grigi: l’Hang Seng sale dello 0,7%, Shanghai dello 0,2% circa. I futures sul Nasdaq sono nel frattempo tornati positivi.
Sotto stress in Asia titoli quali Toyota, Honda, Subaru, Hyundai e Kia. Anche le azioni tech hanno subito pressioni di vendita, seguendo il calo registrato durante la notte dai colossi tecnologici statunitensi. In Giappone, Toyota e Honda hanno ceduto rispettivamente il 3,69% e il 2,91%. Nissan, che possiede due stabilimenti in Messico, ha registrato un calo del 2,92%, mentre Mazda Motor ha ceduto oltre il 6%. Mitsubishi Motor ha chiuso in ribasso del 4,9%.
In Corea del Sud, Kia Motors, che controlla uno stabilimento produttivo in Messico, ha perso il 2,76%. Tra i produttori cinesi, Nio e Xpeng hanno registrato ribassi, rispettivamente del 3,94% e dell’1,97%.
I nuovi dazi entreranno in vigore il 2 aprile. Il consigliere della Casa Bianca, Will Scharf, ha spiegato che la misura si applicherà alle «automobili e ai veicoli leggeri prodotti all’estero», andando ad aggiungersi ai dazi già esistenti. I dettagli non sono ancora chiari, dato che la maggior parte dei veicoli è assemblata con componenti provenienti da diversi Paesi.
Secondo le stime di Scharf, questi dazi genereranno oltre 100 miliardi di dollari di nuovi ricavi annuali per gli Stati Uniti. «Ogni casa automobilistica che vende veicoli negli Stati Uniti dipende da catene di fornitura globali per i componenti, molti dei quali provengono dalla Cina», ha spiegato Karl Brauer, analista di iSeeCars.
«Questo significa che anche se Honda o Toyota assemblano un modello negli Stati Uniti, il costo della produzione aumenterà a causa delle parti importate dalla Cina», ha detto Brauer a CNBC, aggiungendo che questi costi ridurranno i margini di profitto delle case automobilistiche o verranno trasferiti ai consumatori attraverso un aumento dei prezzi.
Anche i veicoli assemblati negli Stati Uniti saranno colpiti, sebbene in misura minore, a seconda della percentuale di componenti di provenienza estera utilizzati, ha sottolineato l’analista. «Nessun rivenditore automobilistico statunitense sarà immune agli effetti di questi dazi», ha aggiunto Brauer.
La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha criticato la misura attraverso un post sulla piattaforma X, ribadendo che l’Unione Europea continuerà a cercare soluzioni negoziate «pur salvaguardando i propri interessi economici».
«La firma di un ordine esecutivo rende la misura più concreta di quanto ci aspettassimo», ha commentato Joseph McCabe, ceo e presidente di AutoForecast Solutions. «Annullarlo prima del 2 aprile appare improbabile. Questa politica rimarrà probabilmente in vigore per alcune settimane, se non per un mese e nel frattempo avrà un impatto significativo sul settore», ha concluso.
Il premier giapponese, Shigeru Ishiba, ha annunciato giovedì che «tutte le opzioni» saranno prese in considerazione in risposta alla decisione di Washington di imporre un dazi del 25% sulle importazioni di automobili.
«Il Giappone è il paese che realizza il maggior volume di investimenti negli Stati Uniti, quindi ci chiediamo se abbia senso per Washington applicare dazi uniformi a tutti i paesi», ha detto Ishiba in Parlamento.
I profitti delle imprese industriali cinesi sono diminuiti dello 0,3% su base annua nei primi due mesi del 2025, attestandosi a 910,99 miliardi di yuan. Il dato riflette le persistenti pressioni deflazionistiche e l’intensificarsi delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti. Tuttavia, la contrazione rappresenta un miglioramento rispetto al calo del 3,3% registrato nel 2024, il terzo anno consecutivo di flessione, segnalando che le misure di stimolo adottate da Pechino stanno iniziando a produrre effetti.
I profitti delle imprese statali sono tornati a crescere, segnando un aumento del 2,1% dopo una contrazione del 4,6% nel 2024. Al contrario, gli utili delle imprese private sono scesi del 9,0%, invertendo un modesto incremento dello 0,5% registrato in precedenza. A livello settoriale, i profitti sono diminuiti in modo significativo nel settore minerario del carbone (-47,3%), nei minerali non metallici (-37,8%), nell’informatica e telecomunicazioni (-9,4%), nei macchinari elettrici (-2,4%), nell’industria chimica (-1,5%) e nel petrolio e gas (-1,1%).
per contro, si sono registrati incrementi nei settori dell’agricoltura (+37,8%), della fusione di metalli non ferrosi (+20,5%), della produzione di calore (+13,5%), dell’industria automobilistica (+11,7%), della manifattura generale (+6,0%), delle apparecchiature speciali (+5,9%) e del tessile (+5,7%). (riproduzione riservata)