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Usa, Trump vuole imporre dazi del 100% sui film prodotti all’estero. Cosa cambia per Hollywood e le piattaforme come Netflix?
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Usa, Trump vuole imporre dazi del 100% sui film prodotti all’estero. Cosa cambia per Hollywood e le piattaforme come Netflix?

di Ester Corvi
09 maggio 2025, 20:40 Ultimo aggiornamento: 12 maggio 2025, 17:25

L’obiettivo è rilanciare l’industria nazionale del cinema. Sul tema è intervenuta anche la presidente del Festival di Cannes, Iris Knobloch che, prima dell'apertura della 78esima edizione, ha esortato a non farsi prendere dal panico

Preoccupazione e scetticismo fra gli addetti ai lavori, all’annuncio domenica 4 del presidente Donald Trump sul suo Truth Social network di voler imporre dazi del 100% sui film realizzati fuori dagli Stati Uniti. In mancanza in ulteriori dettagli, sulla fattibilità pratica di queste tariffe sono state fatte da subito molte speculazioni. A rincarare la dose, l’attore Jon Voight, premio Oscar per «Tornando a casa» e tra i designati dal presidente Usa per studiare la situazione, il giorno successivo ha diffuso un video in cui si schierava a spada tratta con Trump per difendere il suo piano di «salvataggio» di Hollywood. Ma proprio di questo si tratta? La questione ha risvolti non solo economici, ma culturali e politici. Tanto che sul tema è intervenuta anche la presidente del Festival di Cannes, Iris Knobloch che, prima dell'apertura della 78esima edizione, ha esortato a non farsi prendere dal panico. «In questa fase, è ancora troppo presto per valutare qualsiasi potenziale impatto» ha detto. «Spero, tuttavia, che l’industria cinematografica globale non venga paralizzata dalla cautela e dall’incertezza».

Se Trump sembra mosso in una certa misura dalla decisione della Cina di limitare le importazioni di film di Hollywood, come parte della sua guerra commerciale con gli Stati Uniti, gli aspetti pratici di come imporre una tariffa su un film sono tutt’altro che chiari. L’obiettivo della Casa Bianca non sembra essere il cinema estero in sé, ma piuttosto l’esternalizzazione della produzione da parte degli studios di Hollywood che da decenni utilizzano case di produzione e location di altri Paesi per abbassare i costi e sfruttare gli incentivi fiscali (tax credit). Oltre a questi ultimi, vale poi la pena notare che spesso ci sono ragioni creative molto valide per cui un film viene girato all’estero. Per esempio il nuovo lungometraggio Mission: Impossible - The Final Reckoning è stato girato principalmente nel Regno Unito, ma anche a Malta, in Norvegia e Sudafrica, oltre che su una portaerei americana attraccata in Italia.

I rischi

L’economia americana è sempre più digitale e orientata ai servizi. «A differenza dei beni fisici, i prodotti digitali come il cinema e la televisione sono più difficili da monitorare, misurare e tassare in modo chiaro e applicabile», fa notare Doug Creutz, analista di Td Cowen. I film prodotti all’estero vengono generalmente concessi in licenza, trasmessi in streaming o distribuiti tramite piattaforme globali, spesso utilizzando un’infrastruttura cloud decentralizzata e senza confini. Gli Stati Uniti registrano inoltre un surplus significativo nel settore dell’entertainment, secondo la Motion Picture Association, con i contenuti esportati che valgono tre volte quelli importati, ed eventuali tariffe di ritorsione, se implementate, sarebbero molto dannose per le aziende statunitensi. Basti pensare che i dieci film di maggiore incasso a livello globale dello scorso anno sono tutti targati Usa. L’obiettivo di rilanciare l’occupazione in California potrebbe quindi miseramente naufragare.

«I partner commerciali potrebbero anche scegliere di cambiare il loro approccio alla protezione della proprietà intellettuale (Ip) statunitense», dice Creutz, «abbattendo i muri esistenti che proteggono modelli di business altamente redditizi nella tecnologia e nel software. I rischi derivanti dall’inserimento di beni e servizi digitali sul tavolo nei negoziati/guerre commerciali sono quindi in larga parte a sfavore degli Stati Uniti» .

Le piattaforme

 Per gli operatori dello streaming, come Netflix, Amazon e Disney+, che per loro natura sono globali, l’impatto sarebbe notevole, perché non sarebbero più in grado di detenere il 100% dei diritti sui contenuti che finanziano, se il piano «Make Hollywood Great Again» fosse adottato. Consentire ai produttori di mantenere una quota maggiore dei diritti quando stipulano accordi con gli streamer è infatti una delle proposte chiave. A tal proposito Guy Bisson, direttore esecutivo di Ampere Analysis, dice che «nella malaugurata ipotesi che queste proposte siano adottate, per le piattaforme le conseguenze sarebbero negative in termini di maggiori costi».

Il piano Voight vorrebbe inoltre il ritorno della cosiddetta regola Finsyn (Financial Interest and Syndication Rules), con le piattaforme che pagano un premio minimo garantito basato su una percentuale del costo di produzione totale, che sarebbe fissato al 25% per una licenza esclusiva di cinque anni, 35% per sette anni e 40% per dieci anni. Un ritorno al passato che potrebbe portare a ridurre i piani di investimenti degli streamer. Con ricadute in tutto il settore, soprattutto se l’Unione europea dovesse adottare a sua volta misure di ritorsione. (riproduzione riservata)



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