«Tradizionalmente, il dollaro statunitense si rafforza nei periodi di crisi economica o geopolitica ma, da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, la valuta americana ha perso circa il 6% rispetto al paniere delle principali valute globali. Il calo è legato soprattutto all’incertezza generata dai nuovi dazi sulle importazioni: annunciati, modificati a più riprese e infine sospesi, l’effetto finale è stato quello di destabilizzare aziende e investitori», afferma Paolo Mauri Brusa, gestore del team Multi Asset Italia di Gam Italia.
Secondo il manager, l’inquilino della Casa Bianca non sembra molto preoccupato, anzi ha più volte auspicato un dollaro debole per favorire le esportazioni e rilanciare il manifatturiero americano. Tuttavia, «una valuta debole ha implicazioni profonde: fa aumentare i prezzi dei beni importati alimentando l’inflazione interna e, per certi versi, indebolisce la leadership economica americana sempre più messa in discussione a livello globale», avverte l’esperto.
Anche se il dollaro resta la valuta di riferimento per il commercio internazionale, tale supremazia è sotto pressione a causa dell’incertezza politica e dei timori legati all’indipendenza della Fed, spiega Brusa. La svalutazione del biglietto verde riflette inoltre le preoccupazioni su una possibile recessione economica negli Stati Uniti causata dai dazi, con relativa accelerazione da parte della Fed sui tagli ai tassi d’interesse, e sull’attuale livello del debito pubblico Usa.
«Se la tendenza al ribasso del dollaro persisterà anche nel lungo periodo, gli effetti si faranno sentire nella vita quotidiana dei consumatori americani. Una valuta più debole comporterà tassi strutturalmente più alti, aumentando i costi su mutui, prestiti auto e debiti su carte di credito. Tassi più alti significheranno anche maggiori spese di rifinanziamento del deficit di bilancio per il governo americano, il che porterà tagli al budget di spesa governativa», conclude il manager. (riproduzione riservata)