Donald Trump ha promesso una corporate tax tra il 15 e il 20% per qualunque società decida di trasferire i propri siti produttivi negli Stati Uniti, vendendola come la «più conveniente al mondo». In verità, così non è. «L’Ungheria ha l’asticella al 9%, la Bulgaria al 10%, l’Irlanda al 12,5%, la Slovenia al 19% e negli Emirati, nonostante un’aliquota nominale del 9%, tramite l’istituzione di free trade zones la tassazione sui redditi scende di fatto a zero», ha ricostruito con MF-Milano Finanza, Francesco Guelfi, partner di A&O Shearman.
Eppure ci sono diversi motivi per cui decidere di andare a produrre negli Usa è conveniente e non solo dopo il ritorno del tycoon. «Innanzitutto la burocrazia non ingolfa i processi, si riesce ad aprire un’attività in 20 giorni e il sistema fiscale a stelle e strisce lascia molta libertà all’interno di paletti ben precisi che se infrangi o devi pagare multe molto severe o si parla proprio di carcere», prosegue l'esperto. «Il mercato Usa è enorme e scegliendo di produrre in loco si riducono non solo i costi del trasporto ma anche e soprattutto i tempi, che in un mondo veloce come quello moderno sono fondamentali».
Però lo spostamento della produzione non è certo «un cambiamento che si fa in un giorno soprattutto in un mondo interconnesso e globalizzato come il nostro», aggiunge Guelfi. E poi non è assicurata «la convenienza economica». Ad esempio «i dazi per far entrare le merci negli Usa costerebbero più o meno del differenziale fra il costo dei lavoratori americani e quelli esteri?».
Nei primi giorni dal suo ritorno Trump ha inoltre ritirato gli Usa dall’accordo sulla global minimum tax al 15%, «un duro colpo per il funzionamento della norma per disincentivare la delocalizzazione dei gruppi multinazionali nei paradisi fiscali». Anche perché, spiega Guelfi, delle multinazionali esistenti sono proprio statunitensi. (riproduzione riservata)