Un approccio graduale, con rialzi mensili dal 2% al 5% per far salire la pressione su alleati e nemici, e così indirizzarli verso politiche commerciali più congeniali agli Stati uniti. I tanto temuti dazi di Donald Trump potrebbero vedere la luce in una versione più soft di quanto temuto, scenario che la mattina del 14 gennaio ha permesso alle borse mondiali di recuperare terreno e ha fatto indietreggiare il dollaro.
L’ipotesi è oggetto di discussione tra i membri del consiglio economico di Trump e lo stesso Washington Post l’aveva prospettata nei giorni passati parlando, però, di tariffe selettive. Il leader dei Repubblicani aveva subito smentito ma ora - come allora - è bastata una nuova indiscrezione per permettere ai mercati di respirare.
Dazi più graduali allevierebbero i timori di una nuova fiammata dei prezzi e la Fed avrebbe più margini per tagliare i tassi di interesse. Così anche i rendimenti dei titoli di Stato americani potrebbero tornare a scendere.
Le ipotesi iniziali sui dazi erano molto aggressive. Si partiva da tariffe che andavano dal 60% sui prodotti cinesi fino al 10-20% su quelli europei. Le barriere sono state ideate per stimolare l’acquisto di beni americani e quindi per avvantaggiare le aziende e l’economia degli Stati Uniti. Con un effetto collaterale, però, il possibile aumento dell’inflazione.
Questo scenario ha preoccupato la Fed che da fine dicembre ha prospettato meno tagli dei tassi d’interesse (due invece che quattro nel 2025) proprio per monitorare i prezzi. Le borse non hanno apprezzato e da allora è partita un’ondata di vendite che ha mandato in fumo il rally di Natale. Anche i rendimenti del Treasury sono saliti alle stelle (quello del decennale è sceso al 4,76% dopo le nuove news sui dazi soft) e il dollaro è arrivato un passo dalla parità con l’euro. (riproduzione riservata)