«Trump non capisce l’economia e fa cose senza senso. Il suo sogno di reindustrializzare l’America è una illusione. Ha creato solo enorme incertezza. E a Ginevra ha ceduto alla Cina. Draghi ha ragione, siamo a un punto di rottura. Ma l’Europa ha l’occasione per cambiare». Il premio Nobel per l’Economia Joseph Stigliz è in viaggio in Europa per presentare il suo libro «The Road to Freedom». Ha partecipato all’evento Linkontro, che riunisce in Sardegna l’industria del largo consumo. ClassCnbc, partner dell’appuntamento, lo ha intervistato.
Domanda. Professore, Trump ha annunciato che nelle prossime settimane imporrà dazi più elevati a molti partner commerciali, anziché continuare a trattare con tutti. Ma a Ginevra ha siglato una tregua con la Cina. Che cosa sta succedendo?
Risposta. A Ginevra si è arrivati a un accordo-ponte con la Cina. Ma è un compromesso dettato dal fatto che gli Stati Uniti sono stati costretti a fare marcia indietro. Tutte le carte erano in mano cinese. L’accordo salva-faccia ha congelato per 90 giorni i dazi, ma il conflitto potrebbe riaprirsi in qualsiasi momento. Intanto, con l’accordo con il Regno Unito sono stati violati i principi fondativi del commercio multilaterale: la clausola del “most favored nation” non esiste più. È finita l’epoca del libero scambio come l’abbiamo conosciuta. Gli altri paesi devono collaborare tra loro, siamo passati dal G20 al “G minus one”
D. Il mondo sembra sbigottito. Ma Trump sta applicando la sua agenda elettorale. Cosa potrà ottenere?
R. Trump vuole riportare l’America al centro del mondo industriale, ma è un’illusione. L’industria è meno del 10% del pil, e anche se tornassero le fabbriche, ci lavorerebbero i robot. A marzo sono stato in Cina e ho visitato una fabbrica di auto elettriche. Con 2.000 operai producevano 1000 auto al giorno, e gli umani erano solo impiegati per controllare che l’automazione funzionasse. Quindi quella di Trump non è una strategia, è nostalgia mal indirizzata. Parte dal presupposto che ogni disavanzo commerciale sia il frutto di trattamenti sleali, quando invece è l’esito di squilibri macroeconomici interni, come il basso tasso di risparmio.
D. L’economia globale stava cambiando già prima di Trump. Con il Covid e l’invasione russa in Ucraina è iniziata una veloce transizione. Il vecchio ordine è scomparso, come sarà quello nuovo?
R. L’economia verso cui dovremmo tendere è digitale e verde: una knowledge economy. Ma Trump nega il cambiamento climatico, taglia i fondi alla ricerca e attacca le università, minando le basi di questa transizione. Sul piano geopolitico ha una visione arcaica del mondo come dominio di grandi potenze: vuole che gli Stati Uniti controllino l’emisfero occidentale, arrivando a proporre l’annessione di Canada, Panama e persino della Groenlandia. Ma oggi l’America rappresenta solo il 20% del pil globale: quel mondo unipolare non esiste più. La direzione giusta sarebbe guidare un mondo multipolare, fondato sulla cooperazione. Invece, con la sua strategia aggressiva – come dimostra il fallimento dei dazi contro la Cina – saranno proprio gli Stati Uniti a perdere di più, rompendo un ordine multilaterale che, pur con i suoi limiti, ha portato benefici a tutto il mondo.
D. Intanto l’economia americana frena, ma tiene ancora. Il mercato del lavoro ha sorpreso per la sua forza.
R. Secondo me sarà la vittima principale della nuova politica commerciale. I dazi faranno salire i prezzi, la Fed alzerà i tassi e l’economia rallenterà. Inoltre il calo dell’immigrazione frenerà l’offerta di lavoro. L’incertezza politica e l’ostilità verso le minoranze generano paura e frenano consumi e investimenti.
D. Le banche centrali sono in allerta. Come si muoveranno in caso di crisi?
R. Avranno meno margini. Intanto si parla di una ipotesi assurda, voluta dal presidente del Council of Economic Advisers: forzare i detentori di Treasury a convertirli in bond centenari a zero interesse. In Cina lo considerano già per quello che sarebbe: un default implicito. Se davvero questa proposta venisse attuata, sarebbe uno shock per la fiducia globale nel dollaro.
D. A proposito di valute. Trump vuole fare degli Usa la capitale mondiale dei digital asset.
R. È un grave errore. Le cripto, nella loro forma attuale, sono usate per eludere controlli, evadere, finanziare attività illecite. La trasparenza va rafforzata, non indebolita. L’Italia e l’Europa fanno bene a preoccuparsi e dovrebbero regolamentare in modo molto severo questo settore. Non c’è nulla di virtuoso nel caos normativo che sta dilagando negli USA. Chi, come me, ha passato decenni a lavorare per mercati finanziari più trasparenti, non può che essere preoccupato.
D. Mario Draghi, parlando a Coimbra questa settimana ha chiesto di nuovo una scossa all’Europa: più unita, con investimenti e debito comuni. Se ne parla da anni. Pensa che ci siano le condizioni per una svolta?
R. Draghi ha perfettamente ragione. Serve una politica europea autonoma su difesa, energia, tecnologia. Serve debito comune per beni comuni. L’Europa fatica a superare le divisioni, ma lo ha fatto per rispondere alla pandemia e alla guerra. Adesso non può continuare a delegare agli Stati Uniti: oggi sono meno affidabili, e domani potrebbero esserlo ancora meno.
D. E Trump come tratterà con l’Europa?
R. Sarete sotto una enorme pressione sulle politiche per il clima, vi chiederanno di non imporre una digital tax, o nuove norme sui social o l’AI. Ma dovete puntare sulle vostre regole. La rielezione di Trump è un avvertimento: se può accadere due volte, può accadere di nuovo, anche in peggio.
D. Quale ruolo può avere l’Italia in questo quadro europeo e nel rapporto con la Casa Bianca?
R. Se l’Europa sceglie la strada giusta, l’Italia può trarne grandi benefici. Ha capitale umano di valore e competenze tecnologiche diffuse. I mercati lo hanno già capito, come dimostra il basso spread e il giudizio positivo delle agenzie di rating. Ma è cruciale cogliere questa occasione. (riproduzione riservata)