Usa e Cina si sederanno inevitabilmente al tavolo per negoziare, anche perché in pochi giorni i dazi reciproci sono schizzati al 104% e all’84%, «ma lo faranno con le pistole cariche». Perché va bene scendere a compromessi ma senza abbassare il capo, anzi facendo affidamento sulle proprie armi più potenti per ottenere almeno in parte quello che si vuole. Lo ha spiegato a MF-Milano Finanza, Ettore Sequi, segretario generale della Farnesina e già ambasciatore italiano a Pechino.
Nell’immaginare il tiro alla fune tra Usa e Cina bisogna innanzitutto registrare l’inversione dei ruoli e «il cortocircuito ideologico a cui stiamo assistendo. Con gli Usa, la patria del capitalismo e del libero mercato, che si spende per tariffe e protezionismo industriale nonché per la difesa del lavoratore» e con la Cina che «quantomeno a parole, si schiera per il multilateralismo e la libera circolazione delle merci».
Appunto, nel tentativo di sfidare la Cina, gli Stati Uniti hanno giocato la carta della guerra commerciale, che può intaccare molto l'economia cinese. Infatti il Dragone ogni anno deve raggiungere un minimo di crescita del pil, e il livello fissato nell’ultimo Congresso per quest’anno è del 5%. E l’export resta il maggior motore della crescita cinese, laddove, precisa Sequi, «la componente infrastrutture è depotenziata dal crollo dell’immobiliare e la domanda interna non riesce a decollare ormai da anni».
Però anche Pechino è sicura «dell’arsenale atomico» su cui può contare per far pendere dalla sua i negoziati. Da un lato, i cinesi hanno nelle loro mani gran parte di titoli di debito statunitensi e dall’altro, si sta enfatizzando «la tendenza alla de-dolarizzazione di tutti i Brics a cui si somma il tentativo di creare uno yuan digitale». A favore di questa dinamica, c’è il fatto che i dazi di Trump colpiscano anche diversi Paesi africani che quindi potrebbero rivelarsi più vulnerabili «alla sirena cinese sull’utilizzo di potenziali strumenti finanziari alternativi al dollaro» e più in generale al soft power del Dragone. Nondimeno la Cina e l’Unione Europea stanno guardando con attenzione ai rispettivi mercati.
Insomma con ogni probabilità, secondo Sequi, dal nodo dazi comporterà un tavolo negoziale tra Usa e Cina su diversi dossier: dalla gestione delle tecnologie dual use alla regolamentazione AI, passando magari per l’impianto tariffario. E sicuramente per la Cina c’è sul tavolo Taiwan «sempre il loro obiettivo prioritario».
Non troppo diverso è ciò che sta e dovrebbe accadere tra Stati Uniti e Unione europea. Difatti, secondo Sequi, la vera ragione dietro l’imposizione di dazi ai 27 non è tanto lo sbilanciamento commerciale sventolato da Trump ma «il tentativo del tycoon di limitare l’afflato regolatorio europeo, in particolare con il Digital Service Act e l’AI Act, che colpisce le attività delle big tech statunitensi» tra i primi sostenitori del ritorno di Trump nel Vecchio Continente. Anche in questo caso quindi si tratta di una leva negoziale. (riproduzione riservata)