Dal punto di vista economico-politico l’università è una pubblica amministrazione sui generis, cronicamente sottofinanziata (rispetto ai principali paesi europei) e sottoposta da alcuni decenni a un regime di accountability che lega i finanziamenti degli atenei soprattutto alla loro dimensione e alla loro performance. La dimensione è ponderata in base a certi parametri di efficienza nell’uso delle risorse. La performance è valutata come qualità dei risultati di missione (didattica, ricerca, terza missione).
Se il senso originario di questo impianto era quello di efficientare il sistema universitario, accompagnandolo nell’adozione di logiche aziendalistiche, ogni contrazione del finanziamento pubblico all’università oggi rischia di essere recepita come un paradosso: l’università ha imparato a gestirsi meglio e in cambio ha ottenuto meno risorse.
Ma l’università è (melior, può essere) anche un «bene comune» se, oltre alla pubblica amministrazione, anche le imprese, il terzo settore, e la società civile si riconoscono interdipendenti con l’università nella produzione di saperi e competenze utili al benessere collettivo e all’innovazione sociale e tecnologica.
La prospettiva del bene comune dischiude così nuovi scenari per l’economia dell’università: non più solo pubblica, non privata, bensì in misura crescente pubblico-privata. Scenari che sarebbero senz’altro favoriti da misure di fiscalità ad hoc relative ai flussi economici e ai veicoli giuridici con cui le collaborazioni pubblico-privato possono concretizzarsi. E che per realizzarsi nei territori di riferimento degli atenei richiede tanta sensibilità e cura delle relazioni istituzionali e la capacità di renderle generative attraverso un’adeguata organizzazione della terza missione.
Il carattere problematico riguarda la difficoltà, che è esperienza quotidiana di tanti docenti e ricercatori e tecnici-amministrativi, di ricondurre la produzione di apprendimento (didattica) e conoscenza (ricerca) all’interno di stringenti logiche aziendali. Il carattere peculiare riguarda la presenza, nell’università, di due distinti cicli della performance, uno riferito all’azione della componente amministrativa, disciplinato dal decreto legislativo150/2009, e l’altro riferito all’azione della componente docente, relativo agli obiettivi di missione, coordinato da Anvur.
Considerando che l’azione amministrativa è in realtà strumentale al perseguimento degli obiettivi di missione, un elemento di particolare rilevanza e urgenza, nel sistema di governo delle università oggi, è l’allineamento degli obiettivi amministrativi, di cui è responsabile il direttore generale, agli obiettivi strategici, di cui è responsabile il rettore. E che questo allineamento trovi solido fondamento nella situazione economico-finanziaria dell’ateneo e nelle sue prevedibili dinamiche di medio periodo.
A questo proposito, al fine di superare definitivamente la logica della spesa a favore della logica del risultato, e per articolare realmente il presidio della performance negli opportuni centri di responsabilità (direzioni, dipartimenti), sono altrettanto urgenti investimenti sull’infrastruttura di controllo direzionale - sistemi informativi, basi dati e data management - e sull’infrastruttura contabile, in particolare sviluppando la contabilità analitica per missione, per dipartimento, per linea di prodotto.
Tutto ciò auspicando che il miglioramento della capacità del sistema universitario pubblico di gestire le risorse si accompagni a una maggiore fiducia dei governi e a una loro maggiore disponibilità a riconoscere la centralità dell’università in qualsiasi possibile futuro di questo Paese. (riproduzione riservata)
*Università di Modena e Reggio Emilia