A proposito dell’opas di Unicredit su Commerzbank l’amministratore delegato Andrea Orcel ha fatto un'osservazione che ha una portata generale. Egli, per cercare la motivazione della freddezza in Germania nei confronti dell’offerta ha detto in sostanza che Unicredit viene vista come una banca italiana. Ma, ha precisato Orcel, essa lo è e non lo è, perché il 55-60% di essa non è in Italia.
Si tocca così un punto delicato. È sufficiente un larga presenza all'estero o una significativa partecipazione estera al capitale di una banca per cambiarne la classificazione? Naturalmente di sicuro non era nelle intenzioni di Orcel scrollarsi di dosso l'appartenenza italiana quasi come un impaccio per i suoi disegni.
Le radici della banca, la sua storia, la governance, la sede legale e il riconoscimento nazionale stesso da parte della Vigilanza dovrebbero essere elementi di incontrovertibile chiarezza, al di là dei confini dell'operatività e della formazione del capitale. Per fare un paragone un po' forzato, è come una casa ubicata in Italia che non diventa straniera solo perché abitata da stranieri o di proprietà di questi.
Ma non ci si nasconde che il problema è ben più ampio e il fatto che non si arrivi alla dizione «banca europea» quando ne esistano i presupposti è indicativo dei ritardi a livello comunitario sul piano politico e istituzionale in generale e più specificamente in materia bancaria e finanziaria. Bisogna ancora una volta ricordare che a distanza di 12 anni dalla sua istituzione l'Unione Bancaria risulta realizzata solo a metà, mentre si pensa alla costituzione dell'Unione dei Capitali, definita come Unione del Risparmio e degli Investimenti, che dovrà essere regolata e controllata ma che presuppone comunque la vigenza dell'intera Unione Bancaria.
Ora si sta progettando una riforma dell'Esma, l'autorità europea dei mercati da configurare come la Vigilanza della Bce nei rapporti con le autorità nazionali, ma si fa astrazione dal funzionamento delle altre authority che del pari dovrebbero essere riformate secondo un disegno unitario.
Poi vi è la questione normativa della necessità della sua semplificazione e razionalizzazione, materie sulle quali da tempo insistono il governatore della Banca d'Italia Fabio Panetta e il presidente dell'Abi Antonio Patuelli e di recente è stata attivata una specifica iniziativa da parte di banchieri centrali, tra i quali lo stesso Panetta.
Per certi aspetti può risultare inevitabile che si arrivi a un’iniziale maldisposizione nei confronti di progetti di aggregazione in cui dell'aggregante si considerano le origini. Vale per gli altri Paesi e vale per noi. Ma lo sviluppo dell'integrazione europea e l'affermazione di un’estesa par condicio delle banche sotto tutti i profili, ivi compresi i poteri di controllo, dovrebbero condurre a un sostanziale superamento della visione nazionale se non nazionalistica, a meno che non siano in ballo motivi di sicurezza nazionale (si pensi al golden power). Non è facile, soprattutto se fin qui si è fruito di «protezioni».
Ma è la via da battere, insieme con la valorizzazione del principio di sussidiarietà anche in materia bancaria. Nel caso specifico dell'Unicredit sarebbe un pessimo segnale se per contrastare l'operazione su Commerzbank si facesse leva non su condizioni, sviluppi e strategie ma sulla nazionalità del potenziale aggregante. Altro che sviluppo dell'integrazione europea; sarebbe un evidente regresso. (riproduzione riservata)