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Unicredit – Banco Bpm, ecco tutte le lezioni che può dare l’offerta di Intesa Sanpaolo su Ubi
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CONTRARIAN

Unicredit – Banco Bpm, ecco tutte le lezioni che può dare l’offerta di Intesa Sanpaolo su Ubi

di Contrarian
29 novembre 2024, 20:00 Ultimo aggiornamento: 21:49

Difficile prevedere come finirà, ma qualche sguardo al passato può essere istruttivo. Nel febbraio 2020 Intesa Sanpaolo annunciò un’offerta pubblica di scambio su Ubi, che sino a quel momento si considerava banca aggregatrice avendo accarezzato anche la possibile acquisizione di Mps.

L’ops di Intesa era senza dubbio non concordata, annunciata mentre il ceo di Ubi Banca a Londra presentava agli investitori il futuro piano strategico. Sembrava che l’azione di Ubi salisse perché il piano era gradito; si capì che era l’ops a farlo volare.


Anche l’annuncio di Unicredit è da operazione non concordata; del resto di operazioni concordate se ne sono viste solo tra banche di stazza pari o quasi (Popolare Milano con Verona; Bpu-Banche Popolari Unite con Bpl-Banca Lombarda Piemontese). I primi commenti del cda di Banco Bpm sono più o meno gli stessi di quelli di Ubi: operazione con modalità inusuali e ostili, rischio di concentrazione del mercato, offerta inadeguata e che sottovaluta il potenziale della banca, rischio di pesanti tagli del personale. Tutto serve per preparare le difese.

Per fortuna nessuno che sia competente riprende il tema dell’italianità. Le azioni sia degli offerenti passati e presenti (Intesa e Unicredit) sia dei target Ubi e Banco sono in grandissima parte possedute dai medesimi o quasi investitori istituzionali esteri. C’è poco da lamentarsi: se BlackRock ha più soldi di tutti, sarà sempre o quasi l’investitore più grande; ma tutte le società quotate e anche i governi sono ben lieti che BlackRock investa in Italia.

Simili i due casi anche per la presenza su tutti i fronti di fondazioni bancarie. Le fondazioni Cassa di Risparmio di Cuneo e Monte di Lombardia erano tra i maggiori soci di Ubi. Così come sono importanti in Intesa, Banco e Unicredit fondazioni come Compagnia di San Paolo, Cariplo, Crt, CariVerona. Tutte ex proprietarie di banche regionali o nazionali più piccole, ora fuse in Intesa e Unicredit. Più soddisfatte prima o oggi? Chi ha dubbi chieda a Fondazione Cuneo se fosse più contenta come grande azionista di Ubi o se stia meglio oggi come più piccolo azionista di Intesa in termini di dividendi da reimmettere sul territorio. Certo, a Cuneo non nominano più un ceo o un direttore generale propri.

E l’ops di Intesa venne lanciata quando le banche facevano meno utili, c’erano più crediti a rischio e il Covid. Gli azionisti e i vertici di Ubi allora hanno sofferto di un timing sbagliato, a differenza di Banco Bpm che ha toccato il record degli utili. Ma è anche vero che, se erano sottovalutate le azioni Ubi, lo erano pure quelle di Intesa ricevute in cambio e che oggi sono cresciute.

La difesa di Ubi, nonostante lo slogan «la fiducia non si compra», ha ceduto quando Intesa ha messo sul piatto un rilancio cash del 20% con cui ha convinto tutti, trasformando l’ops in opvs. Anche grandi imprenditori bresciani e bergamaschi doc allora plaudirono: qualcuno disse che con Intesa si passava dalla Serie A alla Champions League.

Finirà in Champions anche il Banco? Nel caso, è ragionevole prevedere alcune chiusure di sportelli, tagli sugli affitti e soprattutto risparmi sui costi dei sistemi IT. Più difficile il ragionamento sugli esuberi. Nel caso di Intesa-Ubi vi furono poco più di 7 mila esuberi e 3.200 assunzioni di giovani. In Banco Bpm si paventano 6 mila esuberi. Ma gli esuberi richiedono analisi migliori.

Gran parte delle banche già prevedono, su piani pluriennali rotativi, i cosiddetti scivoli a tutto il personale a cui mancano sino a cinque anni alla pensione. Ma non dipendono dall’ops di Unicredit. Tra i top manager e nelle direzioni centrali in caso di fusioni invece ci sono esuberi perché non si possono avere doppi centri di comando e ogni ceo privilegia le sue linee di reporting.

Il caso Ubi fa testo anche in relazione alle sovrapposizioni nella rete. Nulla di valido venne perso, poiché Bper rilevò molte filiali ex Ubi, con i relativi clienti e attività, che senza i costi generali diventano interessanti per molte altre banche. Per inciso, chissà che l’attento distacco di Bper sulla vicenda Mps non sia premiato anche in questo caso e che il terzo polo si formi comunque, anche in un altro modo, con baricentro in Emilia invece che tra Milano e Verona.

Certo, ci sarà battaglia, esplicita e sottotraccia, tra advisor, su prezzo dell’offerta, governance e aree di influenza. Vigendo la passivity rule, in Ubi la difesa venne affidata soprattutto ai presidenti: del consiglio di sorveglianza e del consiglio di gestione. In Banco Bpm anche la coppia rispettabilissima e ben collaudata Castagna-Tononi ha forti rapporti con il mondo economico e delle istituzioni.

I conti finali andranno però fatti alla luce di interessi più ampi, guardando in modo equilibrato alla maggioranza dei clienti, del personale, degli azionisti e all’evoluzione dell’intero sistema bancario, non a interessi specifici e alle posizioni in nicchie di mercato redditizie in Lombardia o Veneto. A quattro anni di distanza dell’opvs Intesa-Ubi si può dire che è stata per lo più una buona operazione. Per questa annunciata da poco, basta attendere. (riproduzione riservata)



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