A sentire Elon Musk il 2026 sarà un anno meraviglioso: il pil Usa raggiungerà una crescita a doppia cifra, quindi almeno del 10%. Merito prima di tutto del balzo della produttività innescato dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Una previsione forse troppo euforica, come spesso accade al numero uno di Tesla e di SpaceX.
Di certo, però, il 2025 non è stato la catastrofe che molti temevano, o speravano, a causa del ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump. Perfino la sua mossa considerata più devastante, ovvero l’adozione su larga scala dei dazi contro amici e nemici, non ha portato alla recessione.
Il famoso 2 aprile dell’anno scorso, ribattezzato da Trump «Giorno della Liberazione», ha segnato un vero spartiacque, sancendo la fine dell’era della globalizzazione. Il presidente ha definito questa data una «dichiarazione di indipendenza economica», sostenendo che le tariffe avrebbero liberato l'industria americana dalla dipendenza dai beni stranieri, ponendo fine a decenni di pratiche commerciali sleali che hanno portato alla deindustrializzazione degli Stati Uniti.
Comunque la si pensi, ormai i dazi sono una stella fissa del panorama mondiale. Con la particolarità di essere però molto variabili e quindi imprevedibili, come dimostra il caso della pasta italiana, dove ora vengono applicate aliquote diverse a seconda della marca. Si è scesi così dal 91,74% annunciato lo scorso settembre dal dipartimento del Commercio Usa al 2,26% per La Molisana, al 13,98% per Garofalo e al 9,09% per gli altri 11 produttori non campionati (fra cui Barilla), ovvero le aziende che non vengono esaminate individualmente dalle autorità doganali e alle quali viene applicata una media ponderata delle aliquote stabilite per i produttori campionati. Complicato, ma comunque, rispetto alle premesse, all’Italia è andata di lusso. Sempre che fra poco l’amministrazione Trump non cambi ancora idea.
In ogni caso, nel terzo trimestre 2025, il primo che si può considerare interamente sotto l’influsso delle politiche di Trump, il pil Usa è cresciuto del 4,3%, ben sopra le attese e più delle altre economie del mondo occidentale. Nello stesso periodo, la zona euro si è limitata al +2,3% e il Regno Unito al +1,3% mentre il pil del Giappone è addirittura sceso del 2,3%.
Il guaio è che la crescita Usa è stata trainata per il 40% dagli investimenti multimiliardari nell’intelligenza artificiale. Ciò significa che il suo andamento nel 2026 dipenderà molto dal fatto che l'AI riesca o meno a mettere a frutto il proprio potenziale.
Mentre molti analisti ritengono che l'AI inaugurerà una quarta rivoluzione industriale, altri sospettano che questa tecnologia sia invece ampiamente sopravvalutata. Per esempio Campbell Harvey, economista della Duke University, è convinto che proprio quest’anno l’AI e le tecnologie finanziarie decentralizzate inizieranno a produrre sostanziali miglioramenti in termini di produttività. Ma se così non fosse? Sarebbe una disgrazia per l'amministrazione Trump, che è andata all-in sull’AI e sulle criptovalute. E l’ondata negativa arriverebbe anche in Europa. Ma se la scommessa del presidente si rivelasse vincente, il divario tra Usa e Ue diventerebbe incolmabile.
L’aumento della produttività dovuto all’AI sarebbe la cura migliore possibile contro l’inflazione. Qualcuno paventa addirittura scenari deflazionistici con l’ingresso sul mercato del lavoro dei robot umanoidi. Ma restiamo al qui e ora. Anche sul fronte dell’inflazione, i dazi non hanno provocato catastrofi: lo scorso novembre si è attestata al 2,7% su base annua, un dato inferiore alle attese e in calo rispetto al 3% registrato a settembre (i numeri di ottobre sono saltati causa shutdown del governo).
A dare ulteriore slancio all’economia dovrebbe poi pensarci a partire da metà maggio il successore di Jerome Powell alla presidenza della Federal Reserve: sarà sicuramente di stretta osservanza trumpiana e quindi prontissimo a tagliare i tassi d’interesse.
Bisogna inoltre ricordare che il capo della Casa Bianca ha promesso di distribuire a giugno o a luglio un «dividendo dei dazi» alle famiglie a reddito medio e basso. La proposta prevede un bonus di almeno 2.000 dollari a persona, finanziato con le entrate derivanti dalle tariffe doganali imposte sulle merci importate.
La tempistica suggerisce che, se tutto andrà bene, l’economia americana accelererà ulteriormente a ridosso delle elezioni di midterm del 3 novembre, rendendo così improbabile che i democratici ritornino ad avere la maggioranza in uno o entrambi i rami del Congresso. A meno di un catastrofico scoppio della bolla AI, solo la Corte Suprema potrebbe rovinare la festa a Trump, stabilendo entro il mese di febbraio l’illegittimità dei dazi. Allora sì sarebbero dolori. (riproduzione riservata)