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In orbita ci sono troppi oggetti: ecco quanto vale il business degli spazzini spaziali

23 agosto 2026, 14:00

Solo il 60% delle attrezzature nello spazio funziona. Il mercato della rimozione dei detriti può valere fino a 180 miliardi di dollari. Ma è ancora alle fasi di test. E tra chi si fa avanti c’è anche la start-up italiana D-Orbit

Sembra un ossimoro, ma nell’orbita terrestre sta finendo lo spazio per i satelliti. La corsa verso le stelle deve fare i conti con il traffico di oggetti che oramai circolano intorno al nostro pianeta. Secondo il sito di mappatura Orbital Radar, sono oltre 29 mila i grandi oggetti spaziali tracciabili. Di questi, 18.614 sono satelliti attivi, il resto è composto da frammenti di detriti o parti di razzi. Quindi ben il 40% dei materiali in circolazione non ha più un’utilità.

Circa il 90% dei satelliti è concentrato nell’orbita bassa terrestre (Leo), quindi fino ai 2.000 chilometri d’altitudine. Questo è dovuto principalmente all’attività di Elon Musk e del suo progetto Starlink: negli ultimi tre anni sono stati messi in orbita più oggetti che in tutta la storia dei voli spaziali e la sola SpaceX ha piazzato 11 mila satelliti, ovvero il 69% di tutti quelli attivi.

Incidenti in orbita

Ma qual è il rischio di una maggiore concentrazione di oggetti nello spazio? La preoccupazione è che si moltiplichi esponenzialmente la possibilità di scontri. Una singola collisione può creare centinaia o migliaia di nuovi frammenti, ognuno dei quali diventa un nuovo oggetto pericoloso. Basti pensare che l’Agenzia spaziale europea (Esa) stima l’esistenza di 1,2 milioni di oggetti di dimensioni comprese tra 1 e 10 centimetri e oltre 140 milioni ancora più piccoli. Questi sono troppo modesti per essere tracciati, ma abbastanza grandi per danneggiare o distruggere un satellite. Persino un frammento di 1 cm in orbita possiede l'energia cinetica di una granata a mano.

Il business della pulizia

I «rifiuti spaziali» sono anche una grande opportunità di business. Orbital Radar stima che nel 2028 i ricavi legati alla gestione di questi oggetti arriveranno a 1,8 miliardi di dollari, con la possibilità di toccare i 2,7 miliardi nel 2032. Cifre colossali. Per rimuovere 2 mila detriti spaziali servirebbero in totale tra i 100 e i 180 miliardi di dollari, considerando che il costo di una singola operazione varia tra i 50 e i 90 milioni, spiega a Milano Finanza Mark Williams, fondatore di Orbital Radar. Ma ancora nessuno sta operando come «spazzino spaziale. I profitti a breve termine provengono dai servizi come il deorbitamento a fine vita (il satellite rientra autonomamente nell'atmosfera terrestre, ndr), il prolungamento della vita operativa, il rifornimento di carburante e le ispezioni. La rimozione dei detriti preesistenti diventa un’attività redditizia solo quando la regolamentazione o le assicurazioni obbligheranno qualcuno a pagarne il costo, perché il beneficio, un'orbita più sicura, è condiviso da tutti e non appartiene a nessuno».

Spazzini spaziali

Esistono aziende, per lo più start up, che sono specializzate nel tracciamento e nella rimozione dei detriti, anche se la loro attività è ancora agli inizi e nessun oggetto è stato ancora rimosso.

La principale è Astroscale, società giapponese fondata nel 2013, che è l’unica quotata in borsa: nell’ultimo anno il titolo ha guadagnato l’83,6% superando il miliardo di dollari di capitalizzazione. La sua sonda Adras-J ha completato la prima ispezione ravvicinata di un grande frammento di detrito spaziale e una successiva missione, prevista per il 2027, tenterà la cattura e la deorbitazione.

La startup svizzera ClearSpace, assoldata dall’ente spaziale europeo, punta invece al satellite dismesso Proba-1: la missione è attesa per il 2029. In Usa invece il Mission Robotic Vehicle di Northrop Grumman, lanciato a luglio, si sta dirigendo verso l'orbita geostazionaria per la manutenzione dei satelliti commerciali. «I suoi predecessori hanno già attraccato e prolungato la vita operativa di satelliti commerciali in orbita, rendendo il prolungamento della vita uno dei pochi settori di questo mercato che genera già un reale fatturato commerciale», spiega ancora Williams.

C’è spazio anche per l’Italia in questo mercato: la comasca D-Orbit è tra i principali operatori commerciali europei. Il suo vettore Ion si occupa del dispiegamento e della deorbitazione. Inoltre, all'inizio di quest'anno è stata oggetto di un club deal da 110 milioni di euro finalizzato da Azimut.

Per il sostentamento di questo settore specifico sarà necessaria comunque una partnership tra il pubblico e il privato: «I governi creano la domanda attraverso mandati e agiscono come primi clienti. Le aziende private operano e si espandono, proprio come il lancio commerciale si è sviluppato grazie ai contratti pubblici», è l’analisi di Williams. Il modello SpaceX anche per la pulizia dello spazio. (riproduzione riservata)



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