«Nei Paesi dell’Unione Europea coesistono regimi fiscali sugli utili delle società e sui capitali molto diversi tra loro. Questa difformità provoca una concorrenza sleale tra gli Stati membri perché favorisce lo spostamento della ricchezza verso la tassazione più favorevole». L’eurodeputato del M5S Pasquale Tridico è solo da qualche giorno alla guida della sottocommissione per le Questioni Fiscali del Parlamento Europeo. Eppure l’ex presidente dell’Inps ha già le idee chiare su che cosa non va nel regime tributario dell’Ue e, soprattutto, ha in mente le possibili soluzioni. «Serve un’armonizzazione delle norme fiscali dei singoli Paesi che porti alla nascita di una tassazione comune», dice parlando con Milano Finanza.
Domanda. La concorrenza sleale esiste anche tra le borse?
Risposta. Per i mercati finanziari il discorso è identico, sebbene ci siano anche altre motivazioni alla base della mobilità e delle fughe di capitali. Anche in questo caso occorre un’uniformazione normativa e della tassazione che stimoli le quotazioni ed eviti fughe verso altre piazze, sia europee che extra-Ue. Una riforma simile inoltre andrebbe accompagnata da una serie di incentivi fiscali.
D. Per le persone fisiche esistono disparità?
R. La ricchezza mondiale è concentrata nelle mani dell’1% della popolazione, di conseguenza è sempre più evidente la necessità di armonizzare le tasse sulla ricchezza per contrastare le forti disuguaglianze esistenti. I big earner sono agevolati da fenomeni di elusione fiscale e si dirigono sempre più spesso verso i paradisi fiscali. Per i prossimi anni l’Ue ha quantificato questi movimenti in 4,8 trilioni di dollari, importo pari a oltre il doppio del pil italiano.
D. Come impedirlo?
R. Un contributo importante potrebbe arrivare dalla global minimum tax al 15%, che però in alcuni Paesi Ue non riesce a essere effettiva. In sottocommissione studieremo il fenomeno e cercheremo di capire che cosa ostacola la sua implementazione. Prenderemo spunto dal lavoro di Gabriel Zucman e Thomas Piketty presentato al G20 in Brasile. I due grandi economisti suggeriscono di affiancare alla global minimum tax un’imposta aggiuntiva del 2% sulle grandi ricchezze.
D. Altre forme di tassazione potrebbero aiutare?
R. Oggi molta ricchezza e molto fatturato delle grandi corporation vengono creati dal possesso di dati e dell’intelligenza artificiale. Così si crea un’asimmetria perché pmi e cittadini pagano proporzionalmente più tasse di questi giganti. Questo squilibrio deve essere risolto.
D. Nella prossima legislatura farete passi avanti?
R. L’ostacolo principale che incontreremo è nelle regole stesse dell’Ue. La materia fiscale è delegata ai singoli Paesi, ma in Europa il mercato dei capitali, quello finanziario e le stesse multinazionali hanno una dimensione sovranazionale. Per superare questo stallo serve una modifica dei Trattati che faciliti il compito del fisco: far pagare a ognuno il dovuto rafforzando la lotta alle frodi e all’evasione.
D. Come si scopre chi non versa le tasse?
R. Negli ultimi anni in Italia abbiamo sperimentato diverse soluzioni. Quand’ero presidente dell’Inps ho lavorato a stretto rapporto con l’Agenzia delle Entrate, l’Inail e altre amministrazioni dello Stato. Insieme abbiamo contribuito a ridurre l’evasione fiscale e contributiva di 30 miliardi in cinque anni grazie a una serie di innovazioni come la fatturazione elettronica, i pagamenti digitali, l’incrocio e l’integrazione delle banche dati.
D. Qual è stata più efficace?
R. L’integrazione delle banche dati, che ha facilitato i controlli con il contributo dell’AI. La tecnologia permette di individuare in anticipo le anomalie, che però vanno affrontate con un metodo gentile: il fisco deve essere amico, cioè deve avvisare il contribuente delle eventuali criticità e lavorare con lui per risolverle. La repressione deve arrivare solo in ultima istanza, per contrastare le frodi. Centralizzare le informazioni in un registro degli asset globali ed estendere lo scambio automatico di informazioni bancarie è la strada da intraprendere.
D. Questo modo di operare può essere portato in Ue?
R. Certo, ed è uno degli obiettivi della sottocommissione. Nei prossimi anni dobbiamo creare una modalità di accertamento uniforme in tutta l’Unione integrando le banche dati dei 27. Se ci riusciremo avremo un’arma in più contro l’elusione.
D. Qual è l’obiettivo di lungo periodo?
R. Arrivare a un’unione fiscale e a una tassa unica sui capitali che elimini le asimmetrie interne all’Europa. Una riforma del genere aiuterebbe anche l’economia. Il nuovo gettito dovrebbe confluire nel bilancio centrale dell’Ue, che oggi è troppo basso, all’1% del pil dell’Unione. Questo permetterebbe anche di finanziare un welfare europeo con un reddito minimo che possa contrastare le crisi, la povertà, la disuguaglianza e la disoccupazione tecnologica che emergerà con l’AI.
D. Da ex presidente dell’Inps come vede il sistema pensionistico italiano?
R. Per rendere il sistema sostenibile occorrono due requisiti: un lavoro di qualità e ben retribuito e aumentare i tassi di occupazione in ogni modo, agendo su demografia, immigrazione e investimenti. In Italia invece abbiamo salari bassi e pochi dipendenti a causa del calo demografico provocato da un tasso di fecondità soltanto dell’1,2%. Serve un cambiamento, altrimenti il nostro sistema pensionistico potrebbe essere a rischio. Da tempo il Movimento 5 Stelle lotta per un salario minimo di 9 euro l’ora: la sua introduzione, secondo l’Inps, farebbe salire del 10% le pensioni dei lavoratori a cui si applica. Senza dimenticare che salari più alti significano anche più gettito per lo Stato. (riproduzione riservata)