Google è stata multata per quasi 3 miliardi di euro (per la precisione 2,95 miliardi di euro) dall’Unione Europea. Secondo la Commissione Europea, il colosso Usa ha abusato della sua posizione dominante concedendo un vantaggio competitivo ai propri exchange pubblicitari a discapito dei rivali.
La sanzione dell’Ue resa nota venerdì 5 è una nuova tegola per il gigante Usa e arriva in un momento delicato per i rapporti commerciali tra Ue e Usa, con il presidente statunitense, Donald Trump, che ha più volte criticato gli sforzi del blocco europeo per contenere i colossi della Silicon Valley. «Mi opporrò - aveva scritto su Truth il tycoon - ai Paesi che attaccano le nostre incredibili aziende tecnologiche americane. Le tasse digitali, la legislazione sui servizi digitali e le normative sui mercati digitali sono tutte progettate per danneggiare o discriminare la tecnologia americana».
Nella serata di venerdì 5 sul suo social Truth, Trump ha attaccato duramente la Ue per la maxi sanzione a Google. «L’Europa oggi ha "colpito" un'altra grande azienda americana, Google, con una multa di 3,5 miliardi di dollari, sottraendo di fatto denaro che altrimenti sarebbe andato a investimenti e posti di lavoro americani», ha scritto il presidente Usa. «Questa si aggiunge alle numerose altre multe e tasse emesse contro Google e altre aziende tecnologiche americane, in particolare. Davvero ingiusto, e il contribuente americano non lo tollererà! Come ho già detto, la mia Amministrazione NON permetterà che queste azioni discriminatorie continuino. Apple, ad esempio, è stata costretta a pagare 17 miliardi di dollari di multa che, a mio parere, non avrebbe dovuto essere inflitta: dovrebbero riavere indietro i loro soldi! Non possiamo permettere che questo accada alla brillante e senza precedenti ingegnosità americana e, se ciò dovesse accadere, sarò costretto ad avviare un procedimento ai sensi della Sezione 301 per annullare le sanzioni ingiuste imposte a queste aziende americane contribuenti. Grazie per l'attenzione!».
Pochi minuti dopo, in un altro post, ha aggiunto: «Oltre alla VERITÀ che ho già pubblicato in precedenza su Google, vi prego di considerare che questa dichiarazione serve a rappresentare che Google ha anche pagato, in passato, 13 miliardi di dollari in false accuse e addebiti per un totale di 16,5 miliardi di dollari. Quanto è assurdo? L'Unione Europea deve porre fine a questa pratica contro le aziende americane, IMMEDIATAMENTE!».
Dopo le maxi multe dell’ultimo decennio - tra le altre, quella da 2,4 miliardi di euro del 2017 per abuso di posizione dominante nel settore dei comparatori di prezzi, quella da 4,34 miliardi l’anno successivo per abuso di posizione dominante nel settore mobile e quella da 1,49 miliardi di euro nel 2019 per Adsense - l’Ue rivendica i propri regolamenti e le proprie prerogative, senza concedere a Trump un ammorbidimento sulla concorrenza.
«Abbiamo ordinato a Google di porre fine alle sue pratiche illegali e al suo intrinseco conflitto di interessi nel settore AdTech», ha affermato in una nota la vicepresidente della Commissione europea con delega alla Transizione competitiva, Teresa Ribera. «Google ha 60 giorni di tempo per informare la Commissione su come intende procedere e, se non riuscirà a proporre un piano fattibile, la Commissione non esiterà a imporre un rimedio appropriato. A questo punto, sembra che l’unico modo per Google di porre fine in modo efficace al suo conflitto di interessi sia attraverso una soluzione strutturale, come la vendita di una parte della sua attività Adtech. Ciò sembra necessario e proporzionato per porre fine in modo efficace alla violazione».
«Le pratiche illegali di Google sono durate oltre 10 anni e hanno avuto effetti in tutto lo Spazio economico europeo», ha aggiunto Ribera. «Tuttavia, la condotta oggetto della decisione odierna ha una dimensione mondiale. Una Corte federale degli Stati Uniti ha recentemente accolto le principali richieste di un reclamo presentato dal Dipartimento di Giustizia contro Google, che rispecchiano fedelmente quelle affrontate nella nostra decisione. La Corte federale degli Stati Uniti ascolterà ora anche le argomentazioni sui rimedi appropriati che Google dovrà adottare. C’è quindi margine per garantire che Google adotti una soluzione efficace su entrambe le sponde dell’Atlantico per affrontare i suoi intrinseci conflitti di interesse in questo settore. È nell’interesse di tutti raggiungere un risultato congiunto, sia per Google stessa che per i cittadini di tutto il mondo».
«Ora, come prima cosa, dobbiamo agire nel rispetto dello stato di diritto, un valore fondamentale europeo e democratico, tutelando i diritti di difesa e garantendo prevedibilità e trasparenza nell’applicazione delle nostre regole», ha evidenziato Ribera. «Continueremo ad applicare le nostre regole con fermezza ed equità, senza timori o favoritismi, nei confronti di tutte le aziende che operano in Europa. I nostri Trattati fondativi, le nostre leggi e i nostri valori fondamentali non sono in discussione».
L’azienda ha immediatamente comunicato l’intenzione di fare ricorso, definendo «sbagliata» la decisione dell’Ue. La decisione «impone una sanzione ingiustificata e richiede modifiche che danneggeranno migliaia di aziende europee, rendendo più difficile per loro generare profitti», ha dichiarato Lee-Anne Mulholland, responsabile globale degli affari regolamentari dell’azienda.
L’indagine ha rilevato che Google ha «abusato» della sua posizione dominante nell’ecosistema delle tecnologie pubblicitarie, ha affermato la Commissione. Gli annunci display online sono banner e testi che appaiono sui siti web e sono personalizzati in base alla cronologia di navigazione di un utente Internet. Mulholland ha affermato: «Non c’è nulla di anticoncorrenziale nel fornire servizi ad acquirenti e venditori di annunci pubblicitari, e ci sono più alternative ai nostri servizi che mai».
«La democrazia può ancora dominare la tecnologia. L’Europa dimostra di non essere condannata a subire, ma di essere capace di fissare e soprattutto far rispettare regole giuste al servizio dei suoi cittadini. Oggi la Commissione lo ha fatto», ha affermato Sandro Gozi, eurodeputato di Renew Europe e segretario generale del Partito Democratico Europeo.
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