Aveva cominciato, Donald Trump, con l'America First e con la riesumazione della dottrina Monroe - l'America agli americani - con il contorno dell'isolazionismo.
Agendo secondo l'indirizzo Maga, da lui promosso, si era proiettato all'estero solo per far finire, così aveva detto, otto guerre e assumere il ruolo di paciere globale, pensando al Nobel, qualifica che in verità contrasta pure con il protezionismo in economia e con la fine del multilateralismo da lui dichiarata per passare, al massimo, a una concezione multipolare.
Poi ha cominciato a sostenere la linea della pace «per il tramite della forza», attestandosi ancora più indietro del contraddittorio Si vis pacem, para bellum perché almeno in quest'ultimo caso si tratta di «preparare la guerra» non di impiegare direttamente la forza.
Come poi tutto questo insieme di posizioni, già tra di loro confliggenti, si armonizzi con il dichiarato intento del «paciere globale» di impossessarsi del Canada, della Groenlandia, del Venezuela e, da ultimo, finanche di Cuba, non è facile capire se non ricorrendo all'accettazione di un enorme iato tra dichiarazioni, magari fatte pour èpater les bourgeois ed effettive azioni, nonché al perdurante fattore degli affari e degli interessi economici.
Da ultimo poi l'Epic fury, preceduta dalla trasformazione della dottrina Monroe in dottrina Donroe. Da un lato i dazi e la bocciatura de Corte Suprema, dall'altro l'espansione militare all'estero, che segue il netto ridimensionamento delle istituzioni internazionali, a partire dall'Onu, il lancio del Board of Peace per Gaza con connesso affarismo, l'esclusione, anche da una solo lontana citazione, del diritto internazionale, avendo il presidente Trump espressamente detto che l'unico limite che egli riconosce è quello della propria moralità.
Questo insieme di posizioni, spesso contraddittorie tra di loro, sono alla base anche di scelte economiche riguardanti non solo i dazi, i cui oneri si riversano per il 90% su entità americane, ma anche relativamente ai rapporti con la Federal Reserve, con il ruolo che viene attribuito alle criptovalute per non parlare dei rapporti con l'Europa relativamente ai quali trova terreno fertile nella debolezza delle istituzioni comunitarie, in particolar modo nella politica estera.
Questa situazione si ribalta poi sui mercati con l'immagine di ieri di titoli di molte società che sono penalizzate dall'attacco dichiarato «preventivo», mosso all'Iran.
Che esso abbia portato all'eliminazione di un sanguinario teocratico dittatore non dispiace di certo, salvo l'umana pietas che vale per qualsiasi essere umano, anche per quelli che si macchiano dei più orrendi delitti. Che ciò sia avvenuto violando i principi del diritto internazionale viene accolto da alcuni perché i fini giustificherebbero i mezzi, secondo una impropria vulgata machiavellica.
Che oggi poi bisognerebbe almeno sospendere l'attacco per valutare se effettivamente la troika, che sarebbe stata formata dopo l'uccisione del capo supremo spirituale, sia disponibile a negoziare senza pregiudiziali, è altrettanto vero.
Una guerra combattuta senza una chiara strategia e senza aver calcolato gli impatti dei primi attacchi non può che accentuare tutti i gravissimi problemi di un conflitto, a cominciare dall'uccisione di inermi popolazioni civili, come, per esempio, si è verificato con l'uccisione in Iran di circa 140 bambine. Sopravverrà mai il ripudio della guerra come nella nostra Costituzione? (riproduzione riservata)