I dazi annunciati dall’amministrazione Usa contro i Paesi Ue, tra cui anche l’Italia, non avranno un impatto immediato sul sistema delle imprese. Ma le imprese italiane devono farsi trovare pronte puntando su innovazione e diversificazione dei mercati di approdo. Questo in sintesi il messaggio di Alessandra Ricci, amministratrice delegata di Sace, all’evento «Let’s Grow!» organizzato dal gruppo assicurativo-finanziario partecipato dal ministero dell’Economia e delle Finanze.
Fare una stima sui danni effettivi che potrebbero avere i dazi di Trump sull’economia italiana è complesso perché «cambiano in continuazione le cifre e i paesi che vengono messi sotto dazi». Ad esempio, mentre all’inizio l’idea era di applicare dazi di carattere universale, in queste ultime settimane «sta prendendo piede un approccio di reciprocità che porterebbe a un incremento non trascurabile dell’aliquota media dei dazi Usa verso Ue».
Ma ciò che è certo, secondo Ricci, è che le tariffe imposte da Trump «non avranno impatti nel 2025 ma solo a partire dal 2026». Tanto che quest’anno l’export italiano è previsto da Sace in crescita del 3%, pur tenendo conto degli Usa che hanno introdotto i dazi all’Ue su acciaio e alluminio entrambi al 25% e che entreranno in vigore il 12 marzo.
I settori che il tycoon ha individuato come prossimi possibili bersagli sono i semiconduttori, il farmaceutico e l’automotive e nondimeno «potrebbero risultare esposti la meccanica strumentale, la chimica e alcuni più tradizionali come alimentari e bevande e tessile e abbigliamento». Laddove i primi tre settori dell’export italiano verso gli Usa sono proprio «la meccanica strumentale, i mezzi di trasporto e la chimica che comprende la farmaceutica» ha ricordato Ricci. Se davvero Trump aggiungesse nuovi dazi, i danni per l’export italiano toccherebbe quota 6,8 miliardi al 2029. Anche perché l'export italiano è più esposto della media Ue al mercato Usa: 22,2% delle vendite italiane extra-Ue, rispetto al 19,7% di quelle Ue.
Le imprese italiane nel corso del 2025 devono «investire e lavorare per aumentare la capacità di esportazione per aprirsi a più mercati: non puoi mettere sotto tariffe tutto il mondo. Così saremo in grado di controbilanciare gli effetti negativi».
Da un lato, un’impresa su tre in Italia investe in innovazione tecnologica e digitale, ma serve spingere di più per far evolvere i settori tradizionali verso settori del futuro. Per colmare il gap con l’Europa, dove le imprese investono in ricerca&sviluppo in media l’1,5% del pil (in Italia 0,8%), le aziende tricolore devono investire 15 miliardi. Anche perché, precisa Sace, l’impresa che investe in innovazione si assicura una spinta alla crescita del 2% del suo fatturato, rispetto a chi non investe.
Dall’altro lato, se l’Italia è un esportatore top a livello globale, ha un ampio margine di diversificazione verso nuovi mercati ad alto potenziale che ad oggi rappresentano solo il 13% dell’export italiano. Ecco il perchè Sace ha identificato 14 mercati Gate (Growing Ambitious Transforming Entrepreneurial) dal Medio Oriente all’America Latina, dal Far East al Continente Africano, dove «riteniamo che il tasso di crescita delle esportazioni sia superiore al tasso di crescita medio e che raggiungeranno gli 85 miliardi di export» si legge nel rapporto Sace.
Le vendite all’estero italiane stanno scontando in particolar modo il rallentamento del primo partner commerciale, la Germania, dove l’Italia esporta soprattutto meccanica, automotive e chimica, fortemente integrati nelle catene del valore tedesche, ma «cresciamo a grandi passi in mercati che stiamo approcciando solo più recentemente» sottolinea Sace. I Paesi Asean, ad esempio, dove le esportazioni tricolore hanno registrato un incremento del 10,3%, con il Vietnam che ha visto una crescita al 25%. Ma anche l’Arabia Saudita (+28%), gli Emirati Arabi Uniti (+20%), la Serbia (+16%), il Messico e il Brasile (+8%). (riproduzione riservata)