Dopo acciaio, alluminio e auto, Trump prende di mira i farmaci. Il presidente statunitense ha detto che le sue da tempo promesse tariffe sui farmaci arriveranno «molto presto», l’ultimo segnale che intende andare avanti con più dazi settoriali nonostante le ricadute sui mercati dei suoi dazi globali. «Noi stiamo per annunciare molto presto una tariffa importante sui farmaci», ha annunciato il tycoon martedì 8 aprile, senza fornire i dettagli sulla tassa che verrà applicata sulle importazioni di prodotti farmaceutici. Insieme a India e Cina, l’Europa, in particolare l’Italia, rappresenta il principale produttore di molti farmaci. Se da Pechino e Nuova Delhi arrivano negli Stati Uniti soprattutto i principi attivi dell’ibuprofene e della ciprofloxacina, da Roma provengono molti dei principi attivi di alta qualità (Api).
Aveva già minacciato venerdì 4 aprile dazi sul settore dopo che la prima serie di tariffe reciproche annunciate la settimana scorsa aveva esentato il pharma. Ora l’impatto di dazi al 25% potrebbe arrivare a costare 76,6 miliardi di dollari alle aziende farmaceutiche, di cui 2,5 miliardi a carico delle industrie del settore che operano in Italia. Nell’export farmaceutico Usa, l’Europa vale poco meno di un quarto: i farmaci importati dagli Stati Uniti da parte dei Paesi Ue valgono 48,2 miliardi.
L’obiettivo finale è incentivare le aziende farmaceutiche a trasferire le loro attività negli Stati Uniti. «Una volta che lo faremo, loro torneranno correndo nel nostro Paese, perché noi siamo il grande mercato», ha detto Trump. «Il vantaggio che abbiamo su tutti è che noi siamo il grande mercato». The Donald si è più volte lamentato della mancanza di una produzione farmaceutica nazionale e ha ripetutamente promesso tariffe per portare più capacità nel Paese. Tuttavia, gli analisti e le aziende hanno sollevato preoccupazioni sulla difficoltà di avviare la produzione in Usa.
L’amministrazione Trump ha segnalato che userà i cosiddetti poteri della sezione 232 per imporre le tariffe sul settore farmaceutico dopo aver già applicato dazi del 25% su acciaio, alluminio e automobili e aver avviato il processo per applicarli anche sul rame. In aggiunta ai farmaci, l’amministrazione americana ha separatamente promesso ulteriori tariffe settoriali incluse quelle sul legname e sui semiconduttori, anche se i tempi e i dettagli non sono chiari.
Le cifre in ballo per il settore pharma sono enormi. L’Istat ha, infatti, calcolato che nel 2024 l’Italia è riuscita a esportare negli Stati Uniti farmaci per un valore di 9,8 miliardi di euro, molto più di quanto abbia importato (1,4 miliardi); un dato superiore ai 7,7 miliardi del 2023. Le regioni che esportano di più sono la Toscana che, solo considerando il quarto trimestre del 2024, ha spedito negli Usa farmaci per un valore di 915 milioni di euro, la Lombardia (oltre 465 milioni) e il Lazio (407,2 milioni), più staccate Abruzzo e Marche.
Quindi, «nella malaugurata ipotesi di dazi al 25%, si tratterebbe di un costo di oltre 2,5 miliardi; un valore molto importante, che avrebbe un forte impatto sulla nostra filiera produttiva», ha calcolato di recente il presidente di Farmindustria, Marcello Cattani, sottolineando, però, che «non bisogna reagire con contro-dazi perché vi sono, nell'ambito del ciclo produttivo dei farmaci made in Italy - siamo il primo Paese in Europa e di fatto al mondo - diversi passaggi che spostano farmaci, semilavorati, ingredienti attivi da una sponda all'altra dell'Atlantico nell'ambito del processo». Il suggerimento arrivato da Cattani è di espandersi su altri mercati ma con gli Usa bisogna «dialogare, negoziare e preservare un concetto di sicurezza globale».
L’indice Stoxx Europe Pharmaceuticals da inizio anno ha perso il 12,11%. Novo Nordisk (-5,44%), Merck (-3,45%), Sanofi (-4,80%), Novartis (-5,26%), Roche (-5,6%), Astrazeneca (-5,6%), Gsk (-4,21%), Recordati (-2,78%), Diasorin (-1,60%) e Pharmanutra (-1,44%) sono tutte sotto pressione sulle rispettive borse. In questo contesto, comunque, Intermonte non vede impatti diretti sull’italiana Recordati, nonostante il mercato statunitense sia il principale per il gruppo, con un’incidenza del 17% sul fatturato, e pur non avendo siti produttivi nel Paese. L’esposizione negli Usa della storica società farmaceutica è infatti limitata ai farmaci per malattie rare, protetti da brevetti e caratterizzati da prezzi già particolarmente elevati, in quanto farmaci salvavita, elemento che ne riduce la sensibilità alle variazioni tariffarie. A Wall Street il copione si ripeterà per Biogen, Pfizer, Eli Lilly e AbbVie. (riproduzione riservata)