Gen Z contro Baby Boomers. Non si tratta soltanto di differenze generazionali in termini di ricchezza o pari opportunità: il confronto oggi si estende anche al terreno delle truffe online. Nel dettaglio, la Generazione Z comprende i nati tra il 1997 e il 2012, quindi attualmente ha un’età compresa tra i 13 e i 28 anni, mentre i Baby Boomers sono nati tra il 1946 e il 1964, con un’età oggi tra i 61 e i 79 anni.
Secondo un sondaggio di Deloitte, i membri della Generazione Z sono tre volte più a rischio di cadere vittime di truffe online rispetto ai Baby Boomers, evidenziando un divario generazionale preoccupante nella sicurezza digitale. Inoltre, dati riportati dal sito di Norton – una delle principali società globali di cybersecurity – indicano che i membri della Generazione Z hanno il 16% di probabilità di cadere vittime di truffe online, rispetto al 5% dei Baby Boomers, e presentano il doppio delle probabilità di subire attacchi ai propri account social (17% contro 8%).
Dati che trovano conferma nelle cifre diffuse dall’Fbi, secondo cui le frodi digitali hanno fruttato oltre 16,6 miliardi di dollari nel 2024, in crescita del 33% rispetto all’anno precedente.
Di questo tema ha parlato Muhammad Beir Rudy – laureato in business management e contabilità al College of Staten Island e influencer attivo sui temi dei trend di mercato, della sicurezza informatica e della protezione dei consumatori – ospite del podcast finanziario statunitense RiskReversal Media. Intervistato da Guy Adami, uno dei due conduttori, Rudy ha evidenziato l’elevata esposizione e il conseguente rischio per gli under 30. «No, tra i miei coetanei non se ne parla. Tutto è veloce, non ci si pensa troppo. Ma è spaventoso: un amico ha avuto l’Ip hackerato, gli hanno trovato la posizione e i dati. La tecnologia oggi è talmente potente da poter essere manipolata con estrema facilità», ha raccontato.
Adami, dal canto suo, ha evidenziato il divario generazionale non solo tra utenti ma anche tra truffatori: «Quando eravamo ragazzi, i raggiri arrivavano per telefono o per posta. Oggi voi ricevete decine di messaggi al giorno. A forza di esserne bombardati, alcuni passano inosservati: una sorta di «stanchezza da decisione». Un’osservazione confermata dall’influencer: «Al mille per cento. Riceviamo notifiche a raffica. La Generazione Z è abituata a ignorarle, ma basta un click sbagliato e sei fregato».
Nel corso della puntata è stata proposta la Red Flag Roundtable, un format sponsorizzato da Norton, in cui vengono analizzati esempi concreti di truffe online per evidenziare i principali segnali d’allarme. L’obiettivo è insegnare a riconoscere i cosiddetti red flag, ovvero indicatori che dovrebbero immediatamente insospettire l’utente: link sospetti, linguaggio artificioso o eccessivamente generico, promesse irrealistiche e urgenze ingiustificate.
Tra i casi presi in esame figurava, ad esempio, un presunto messaggio di reclutamento: «sono Jenny di Lrh Recruitment, ti offriamo un lavoro full-time, senza esperienza, 156.000 dollari l’anno». Un’offerta di questo tipo è chiaramente fraudolenta, in quanto propone una retribuzione sproporzionata senza alcun requisito professionale, facendo leva sull’interesse dei più giovani che cercano lavoro attraverso piattaforme come Indeed o LinkedIn, dove i curriculum possono facilmente finire nelle mani sbagliate.
Un secondo esempio riguardava un finto avviso della Us Postal Service: «il tuo pacco non è stato consegnato per indirizzo errato. Aggiorna qui il tuo indirizzo». Anche in questo caso, il link inserito nel messaggio rappresenta il vero campanello d’allarme. Messaggi simili sfruttano la frequenza sempre maggiore con cui i consumatori acquistano online, ma i servizi postali autentici non inviano notifiche se non esplicitamente richieste.
Infine, è stata analizzata una tipica truffa di investimento: “puoi guadagnare 70.000 dollari al mese investendo in questa azione. Visita invest0r.com». La semplice necessità di copiare e incollare un Url con caratteri anomali in un browser è già di per sé un segnale di frode. A ciò si aggiunge la promessa di guadagni spropositati – 840.000 dollari l’anno – che rientra nella tipologia classica del «too good to be true», troppo bello per essere vero.
I falsi avvisi di pedaggi non pagati fanno parte di una lunga serie di truffe online che sfruttano situazioni comuni della vita quotidiana. Il meccanismo è sempre lo stesso: arriva un messaggio che chiede di pagare subito una somma e contiene un link su cui cliccare. In realtà, serve solo a rubare dati bancari e numeri di carte di credito.
Per difendersi è importante non agire di fretta: prima di cliccare o inserire informazioni, bisogna sempre controllare se il messaggio arriva davvero da una fonte ufficiale, ad esempio contattando direttamente il gestore del servizio. Con le truffe digitali sempre più sofisticate e diffuse, la prudenza e la consapevolezza dell’utente restano la protezione più efficace.(riproduzione riservata)