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Terre rare, l’Europa sfida la dipendenza dalla Cina
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Terre rare, l’Europa sfida la dipendenza dalla Cina

di Mario Di Giulio*
09 febbraio 2026, 20:54

L’Unione Europea punta a ridurre la dipendenza dalla Cina per le terre rare con il Critical Raw Materials Act, che prevede obiettivi ambiziosi per il 2030 e progetti strategici in Polonia, Francia e Italia

Le terre rare sono il cuore silenzioso della transizione verde e della difesa europea. Senza magneti permanenti non esisterebbero motori elettrici, turbine eoliche, radar, missili o sistemi d’arma di nuova generazione.

Eppure l’Unione Europea dipende quasi totalmente dalla Cina per la raffinazione e la produzione di magneti: oltre il 90% della lavorazione di neodimio, praseodimio, disprosio e terbio avviene fuori dall’Ue, mentre Pechino controlla il 94% della produzione mondiale di magneti permanenti. Una dipendenza che espone l’Europa a rischi industriali, tecnologici e geopolitici.

Il Critical Raw Materials Acta dell’Ue

Per ridurre questa vulnerabilità nel 2024 l’Ue ha adottato il Critical Raw Materials Act (Crma), che fissa obiettivi vincolanti al 2030: almeno il 10% delle materie prime strategiche dovrà essere estratto nell’Ue, il 40% raffinato o trasformato in Europa, il 25% provenire dal riciclo e nessun Paese terzo potrà coprire oltre il 65% della domanda in una fase della filiera. Il regolamento introduce inoltre i «progetti strategici» con iter autorizzativi accelerati, finanziamenti prioritari e strumenti di mitigazione del rischio.

In questo quadro si inserisce il polo di Pulawy, in Polonia, dove Mkango Resources e Grupa Azoty stanno sviluppando uno dei primi impianti europei di raffinazione delle terre rare.

Alcuni progetti strategici

L’obiettivo è produrre ossidi separati di neodimio, praseodimio, disprosio e terbio, riducendo la dipendenza dai processi cinesi. Il progetto, riconosciuto come strategico, fa parte di una rete europea che include La Rochelle (Francia) e Sillamäe (Estonia).

L’Italia contribuisce con quattro progetti strategici dedicati soprattutto al riciclo in Toscana, Lazio, Veneto e Sardegna. Nonostante le difficoltà legate a costi energetici, permessi e finanziamenti, anche una produzione parziale rappresenterebbe una svolta industriale e politica.

La strategia europea passa però anche dalla diversificazione delle forniture, sempre più legata alla valorizzazione in loco. Il polo polacco è connesso al giacimento di Songwe Hill in Malawi, dove il governo ha imposto misure di sovranità sulle risorse, vietando l’esportazione di minerali non lavorati e richiedendo almeno una prima fase di trasformazione locale. Questo approccio obbliga l’Europa a superare modelli estrattivi tradizionali e a costruire partnership industriali più equilibrate, in cui una parte del valore aggiunto resti nei Paesi produttori.

Nuovi flussi verso i mercati occidentali

Anche il Brasile si muove nella stessa direzione. Serra Verde ha estinto anticipatamente gli accordi di lavorazione e off-take con operatori cinesi, ponendo fine a una collaborazione che avrebbe dovuto protrarsi oltre la metà del decennio. Questa scelta apre nuovi flussi di neodimio, praseodimio, disprosio e terbio verso i mercati occidentali e rafforza il posizionamento del Brasile come fornitore non asiatico strategico. Con l’iniziativa MagBras, Serra Verde punta inoltre a sviluppare una filiera integrata dalla miniera alla produzione di magneti permanenti, trattenendo capacità industriale e valore sul territorio. In questo contesto la Commissione Europea ha avviato colloqui per accordi bilaterali e investimenti congiunti.

Le terre rare sono cruciali anche per la difesa europea: magneti permanenti, disprosio e terbio sono componenti essenziali di radar, missili e piattaforme avanzate. Il riciclo, oggi sotto l’1% della domanda, è strategico ma complementare all’estrazione e alla raffinazione primaria.

Come dovrebbe muoversi l’Ue

In definitiva, la sovranità europea sulle terre rare non si costruisce solo con target normativi, ma con governance strategica, contratti di lungo periodo e strumenti diplomatici adeguati. Il Crma e iniziative come ResourceEu forniscono una base concreta: fallire nel consolidarle significherebbe accettare una dipendenza strutturale; riuscirci, trasformare una vulnerabilità storica in un vantaggio strategico duraturo per la transizione verde, la difesa e la competitività industriale. (riproduzione riservata)

*Professore di Law of developing countries  all’università Campus  Bio-Medico di Roma



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