Le terre rare sono il cuore silenzioso della transizione verde e della difesa europea. Senza magneti permanenti non esisterebbero motori elettrici, turbine eoliche, radar, missili o sistemi d’arma di nuova generazione.
Eppure l’Unione Europea dipende quasi totalmente dalla Cina per la raffinazione e la produzione di magneti: oltre il 90% della lavorazione di neodimio, praseodimio, disprosio e terbio avviene fuori dall’Ue, mentre Pechino controlla il 94% della produzione mondiale di magneti permanenti. Una dipendenza che espone l’Europa a rischi industriali, tecnologici e geopolitici.
Per ridurre questa vulnerabilità nel 2024 l’Ue ha adottato il Critical Raw Materials Act (Crma), che fissa obiettivi vincolanti al 2030: almeno il 10% delle materie prime strategiche dovrà essere estratto nell’Ue, il 40% raffinato o trasformato in Europa, il 25% provenire dal riciclo e nessun Paese terzo potrà coprire oltre il 65% della domanda in una fase della filiera. Il regolamento introduce inoltre i «progetti strategici» con iter autorizzativi accelerati, finanziamenti prioritari e strumenti di mitigazione del rischio.
In questo quadro si inserisce il polo di Pulawy, in Polonia, dove Mkango Resources e Grupa Azoty stanno sviluppando uno dei primi impianti europei di raffinazione delle terre rare.
L’obiettivo è produrre ossidi separati di neodimio, praseodimio, disprosio e terbio, riducendo la dipendenza dai processi cinesi. Il progetto, riconosciuto come strategico, fa parte di una rete europea che include La Rochelle (Francia) e Sillamäe (Estonia).
L’Italia contribuisce con quattro progetti strategici dedicati soprattutto al riciclo in Toscana, Lazio, Veneto e Sardegna. Nonostante le difficoltà legate a costi energetici, permessi e finanziamenti, anche una produzione parziale rappresenterebbe una svolta industriale e politica.
La strategia europea passa però anche dalla diversificazione delle forniture, sempre più legata alla valorizzazione in loco. Il polo polacco è connesso al giacimento di Songwe Hill in Malawi, dove il governo ha imposto misure di sovranità sulle risorse, vietando l’esportazione di minerali non lavorati e richiedendo almeno una prima fase di trasformazione locale. Questo approccio obbliga l’Europa a superare modelli estrattivi tradizionali e a costruire partnership industriali più equilibrate, in cui una parte del valore aggiunto resti nei Paesi produttori.
Anche il Brasile si muove nella stessa direzione. Serra Verde ha estinto anticipatamente gli accordi di lavorazione e off-take con operatori cinesi, ponendo fine a una collaborazione che avrebbe dovuto protrarsi oltre la metà del decennio. Questa scelta apre nuovi flussi di neodimio, praseodimio, disprosio e terbio verso i mercati occidentali e rafforza il posizionamento del Brasile come fornitore non asiatico strategico. Con l’iniziativa MagBras, Serra Verde punta inoltre a sviluppare una filiera integrata dalla miniera alla produzione di magneti permanenti, trattenendo capacità industriale e valore sul territorio. In questo contesto la Commissione Europea ha avviato colloqui per accordi bilaterali e investimenti congiunti.
Le terre rare sono cruciali anche per la difesa europea: magneti permanenti, disprosio e terbio sono componenti essenziali di radar, missili e piattaforme avanzate. Il riciclo, oggi sotto l’1% della domanda, è strategico ma complementare all’estrazione e alla raffinazione primaria.
In definitiva, la sovranità europea sulle terre rare non si costruisce solo con target normativi, ma con governance strategica, contratti di lungo periodo e strumenti diplomatici adeguati. Il Crma e iniziative come ResourceEu forniscono una base concreta: fallire nel consolidarle significherebbe accettare una dipendenza strutturale; riuscirci, trasformare una vulnerabilità storica in un vantaggio strategico duraturo per la transizione verde, la difesa e la competitività industriale. (riproduzione riservata)
*Professore di Law of developing countries all’università Campus Bio-Medico di Roma