Sta vivendo il suo momento di gloria. Con uno scatto borsistico che in poco più due mesi ha portato il prezzo dell’azione da 13 euro del 19 marzo scorso alla soglia dei 33 euro di questi giorni. Un volo tanto rapido quanto intenso per Technoprobe sulle ali di quella categoria di titoli che vanno sotto il nome di semiconduttori che stanno macinando volumi di vendite e fatturato come se non ci fosse un domani.
Del resto l’azienda di Cernusco Lombardone in provincia di Lecco e posseduta fin dalla nascita nel 1996 dalla famiglia Crippa lavora nel campo delle probe card. Di fatto schede sonda che testano la bontà e le funzionalità dei chip in particolare per l’elettronica di consumo. Stanno dentro quindi alla filiera produttiva e se i volumi salgono a rotta di collo, come sta accadendo ecco che Technoprobe non può che beneficiarne.
Non solo, ma il verbo magico dell’AI sta contagiando la «vecchia» industria dei chip dando nuova linfa al settore mondiale dei semiconduttori. E così se negli Usa sono tornate a splendere le varie Nvidia, Micro &C. o la coreana Tsmc ecco che chi vuole stare sul mercato italiano e scommettere sui semiconduttori non ha molte scelte. O Stm e appunto la società della famiglia Crippa che ormai è un leader mondiale nel sotto-segmento delle probe card.
Quello strappo borsistico avviato da fine marzo scorso ha portato il gruppo lecchese a valere in borsa oltre 21 miliardi di euro in questi giorni. I buoni conti e soprattutto le prospettive molto incoraggianti sul 2026 e 2027, oltre che l’euforia per tutto ciò che coniuga chip e AI hanno fatto il miracolo sul listino. Portando la società a valere oggi multipli siderali: ben 33 volte i ricavi del 2025 e oltre 200 volte gli utili dello scorso anno. Si dirà che il mercato guarda al futuro e scommette su tassi di crescita di ricavi e utili tali da sgonfiare già a fine del 2026 questi multipli che superano abbondantemente quelle del campione assoluto dell’universo tech Nvidia.
Vediamoli questi numeri. Il 2025 si è chiuso con ricavi saliti a 628 milioni (+16%), un ebitda a 201 milioni e un utile netto peer di 99 milioni. Ma sono le prospettive appunto a dire che la corsa proseguirà. L’azienda con i suoi 3.300 dipendenti in 10 Paesi nel mondo, con impianti negli Usa e nell’estremo Oriente, prevede per l’intero 2026 di produrre ricavi nella forchetta tra 950 milioni e un miliardo con un livello di ebitda margin tra il 44 e il 46% dei ricavi. È la spinta della redditività industriale il dato principale che induce l’ottimismo del mercato, visto che in un anno il margine dell’ebitda dovrebbe esplodere al 44-46% contro il 32% della chiusura dei conti del 2025.
La nuova guidance presentata dal management a maggio scorso mostra un’accelerazione, visto che quei traguardi di ricavi e margini erano attesi solo per il 2027. Del resto il primo trimestre del 2026 ha visto un incremento dei ricavi del 19% con un ebitda margin salito al 37% dei ricavi e le attese del secondo trimestre formulate dal management parlano di un margine industriale già al 45% del fatturato. E per spingere il momento favorevole del mercato l’azienda pensa di investire in capex tra il 2026 e l’inizio del 2027 ben 240 milioni di euro contro i 99 milioni spesi nel 2025.
Uno sforzo che non dovrebbe mettere a repentaglio la struttura finanziaria dato che la posizione finanziaria netta è positiva per 660 milioni. Cassa da spendere ce n’è. E probabile che lo shopping già effettuato negli anni scorsi soprattutto negli Usa possa proseguire. I numeri e la loro accelerazione sono dalla parte di Technoprobe, ma andranno conseguiti quasi per forza, viste le valutazioni monstre toccate dal titolo. Solo se questi target saranno raggiunti i multipli oggi elevatissimi potranno essere sostenibili in Borsa.
Va anche segnalato che alla base dell’esplosione recente del titolo c’è anche un fattore tecnico. Il gruppo sta sul listino con un flottante basso attorno al 20% se non di meno. I soci forti infatti posseggono oltre il 75% del capitale cui aggiungere le azioni proprie in portafoglio. Lasciando scambiabile sul listino una quota appunto sotto il 20%. È ovvio che bastano pochi acquisti per amplificare al rialzo il prezzo delle azioni.
Tra i soci forti spicca la famiglia fondatrice dei Crippa che con la holding T plus posseggono il 54% del capitale, seguiti da due investitori industriali con cui TechnoProbe ha rapporti di collaborazione. L’american Teradyne e la giapponese Advantest che insieme vantano il 15% delle azioni. Infine un altro 6% è nella cassaforte lussemburghese Alba Sarl.
E qualcun altro si sta facendo largo nel capitale. Lo scorso 26 maggio i due fratelli Crippa, Roberto e Alessandro, hanno venduto via T Plus 16,2 milioni di azioni fuori mercato di Technoprobe per un controvalore di 320 milioni. In un comunicato i Crippa hanno spiegato che la cessione fuori mercato a un prezzo di 23 euro è servita all’ingresso di un nuovo socio industriale nella compagine societaria. (riproduzione riservata)