Le banche, come tutte le aziende, sono soggette alla normale tassazione sugli utili di bilancio: attualmente pagano l’Ires (ex Irpeg), imposta sul reddito delle società, con un’aliquota del 24%. In totale il sistema bancario ha versato al Tesoro circa 7 miliardi di euro di imposte. Ma almeno tre gruppi bancari (Montepaschi, Unicredit e Bper) in realtà non hanno pagato un centesimo, sfruttando benefici e agevolazioni speciali.
Da cosa derivano gli utili delle banche? Due sono le fonti principali: lo scarto fra il costo della raccolta e il ricavo dai finanziamenti erogati (la cosiddetta forbice dei tassi) e l’incasso di provvigioni sui servizi (intermediazione in titoli, vendita di polizze assicurative, negoziazione valute, ecc.).
Mentre sulle seconde non c’è nulla da ridire, trattandosi del compenso per un’attività di consulenza (ad esempio per investire i risparmi in Btp, Etf, fondi o altro), sulla prima si possono esprimere dubbi sotto il profilo dell’etica e della logica. L’attività bancaria è costituita principalmente dalla raccolta di risparmi da parte dei depositanti e dall’erogazione di prestiti a imprese e famiglie (scoperto di conto, anticipazione su crediti, mutui, ecc.).
Poiché il denaro ha un costo, sui depositi viene corrisposto un interesse, così come viene prelevato un interesse sulle somme prestate. Da una parte un costo, dall’altra un ricavo. Ma mentre un’azienda produttiva sostiene un costo per creare valore (ad esempio una fabbrica di mobili compra il legno e lo trasforma in un armadio), una banca sostiene un costo per trasferire un valore senza creare nulla. Prende i soldi di Rossi, Bianchi e Verdi per prestarli al mobilificio Bruni & C.
D’improvviso il Covid ha cambiato le cose. In quel periodo, per sostenere l’economia, le autorità monetarie hanno azzerato i tassi d’interesse, applicando addirittura tassi negativi pur di mantenere attivo il sistema produttivo; ovviamente le banche hanno azzerato la remunerazione dei depositi. Appena finita la pandemia, il costo del denaro è risalito su livelli fisiologici, ma le banche hanno applicato tassi strabici: hanno aumentato i tassi attivi (applicati sui finanziamenti), dimenticandosi di aumentare anche quelli passivi (applicati ai depositi). Una situazione per così dire anomala.
Invece cosa è successo? Nel 2019 la differenza fra tassi attivi e passivi (la forbice che fa guadagnare le banche) è stata pari all’1,25%, è poi cresciuta fino al 4% nel 2024 per poi calare di poco nel 2025. Ecco perché gli utili bancari sono schizzati alle stelle, a tutto vantaggio di due categorie: gli azionisti (che hanno beneficiato di corposi dividendi) e i dirigenti (che si sono spartiti premi faraonici), senza nessun merito particolare, ma beneficiando di una sorta di rendita di posizione. Le cifre parlano chiaro: nel 2022 il sistema bancario ha guadagnato 25,5 miliardi, nel 2023 quasi 41 miliardi e nel 2024 ben 46,466 miliardi. In un triennio 112,71 miliardi.
Il governo ha ipotizzato una blanda forma di tassazione che, calcolano gli uffici tecnici, dovrebbe produrre 5 miliardi; ma l’importo reale sarà inferiore se non addirittura nullo, date le fortissime resistenze già emerse all’interno dello stesso governo. Una proposta provocatoria sarebbe invece introdurre un’imposta sulla forbice che colpisca, in maniera crescente, il divario tra tassi attivi e tassi passivi.
Prendiamo ad esempio il bilancio di una banca che nel 2024 ha evidenziato interessi netti per 15 miliardi di euro, con un utile di 9. Tassando al 10% gli interessi netti, lo Stato incasserebbe 1,5 miliardi e l’utile scenderebbe a 7,5 miliardi, senza creare veri sacrifici al pingue bilancio. Se la banca fosse più generosa con i depositanti e meno esosa con i finanziati, potrebbe conseguire magari 12 miliardi di interessi netti e, ipotizzando un’aliquota ridotta del 6% che premia la generosità verso i clienti, pagherebbe 720 milioni d’imposta con un utile di circa 6 miliardi. Capito il meccanismo? Se i banchieri vogliono pagare meno tasse, hanno una strada facile da percorrere: pagare il giusto sui depositi e pretendere il giusto sui finanziamenti, ottenendo due importanti risultati: un risparmio sulle odiate imposte e la riconoscenza di milioni di clienti. (riproduzione riservata)