Fusioni, integrazioni, spin-off, idee di quotazione o ingresso in fondi di private equity. Alle prese con uno scenario di profonda trasformazione in un contesto in cui l’imperativo categorico è preservare a ogni costo margini e competitività, i grandi studi legali si trovano davanti alla domanda cruciale di quale sia il modello di crescita da adottare.
Le nuove richieste del mercato, la progressiva svalutazione dello studio personale, il cambio generazionale e l’arrivo dell'AI stanno già spingendo molti studi a rivedere la governance, che passa dal modello individuale a quello condiviso, e a studiare nuovi piani industriali e modelli di business. Da una parte c’è la strada delle aggregazioni, attraverso acquisizioni volte ad ampliare fatturato e competenze, o dei merger tra boutique e studi full-service. Dall’altra quella, più radicale, della quotazione in borsa, soluzione che fino a poco tempo fa sembrava appannaggio esclusivo delle aziende e di chi adotta modelli di business più tradizionali, ma che oggi attira anche studi legali di dimensioni importanti. A queste due opzioni se ne aggiunge una terza: l’interesse dei fondi di private equity, attratti da rendimenti elevati e da costi fissi relativamente contenuti.
In Italia uno degli studi che si è dichiarato pronto a muoversi verso la quotazione è Lca Studio Legale, che considera questa strategia come una concreta opportunità, come racconta una delle figure di vertice, Giovanni Lega. Il percorso, tuttavia, resta complesso, soprattutto per via delle normative e delle strutture societarie a disposizione degli studi. Anche Lexia, studio guidato da Francesco e Alessandro Dagnino, non esclude la possibilità di approdare a Palazzo Mezzanotte o - in alternativa - aprire il capitale a un veicolo di private equity. La convinzione è che, vista l’evoluzione del mercato, queste possano essere le direzioni più promettenti.
Per orientarsi, il mercato inglese fa ancora una volta scuola. Nel Regno Unito, grazie al Legal Services Act del 2007, gli studi legali hanno potuto trasformarsi in strutture aziendali alternative. Il primo a quotarsi a Londra, nel 2015, fu Gateley, con una raccolta di 30 milioni di sterline e una capitalizzazione che oggi sfiora i 152 milioni. Imitato a stretto giro da Keystone Law Group e Knights Group, mentre nel 2018 fu la volta di Rosenblatt Solicitors. Nel 2020 è toccato a Dwf Group (law firm in Italia guidata da Michele Cicchetti), quotata e poi delistata e acquistata nel 2023 dal private equity Inflexion per 340 milioni. Il modello anglosassone, benché non pienamente replicabile in Italia, dimostra che il mondo legale può assumere un profilo societario evoluto.
Le ragioni che spingono uno studio legale a quotarsi sono simili a quelle di qualsiasi impresa: raccogliere capitali per investire, consolidare il brand, agevolare la transizione generazionale, rafforzare struttura e governance o comprare competitor agguerriti. Tuttavia, il business della consulenza legale si basa su un bene intangibile - il capitale umano - e su competenze difficili da standardizzare o valutare con gli indicatori del capitale finanziario. Il nodo più controverso resta quello deontologico: anche in presenza di azionisti o proprietari esterni, gli avvocati devono preservare l’indipendenza della professione e assicurare che le logiche finanziarie non compromettano etica e autonomia decisionale.
Il modello della Sta sembra emergere come tendenza apripista per seguire queste nuove strade. «La Società Tra Avvocati può avere senso solo se ci si muove con una prospettiva di apertura al capitale esterno o verso una futura quotazione in borsa. In quel caso serve una struttura che consenta l’ingresso di soci finanziatori. Ma è una strada che richiede un cambio di mentalità e una riorganizzazione profonda», spiega Claudio Visco, senior partner di Lipani Legal&Tax e presidente eletto dell’International Bar Association, carica che assumerà a inizio 2026. «Le modalità operative e le dinamiche cui siamo vincolati in Italia rendono difficile la trasformazione degli studi in società aventi un’impostazione imprenditoriale e aziendalistica», aggiunge Visco.
Per gli studi legali che valutano l’apertura al mercato delle ipo, le questioni da affrontare restano molte. Sono diversi i professionisti che ritengono sia le Società tra Avvocati sia le Società tra Professionisti (Stp) forme d’organizzazione ancora poco adatte a rispecchiare le esigenze di una moderna law firm. In Italia, ancora gran parte degli studi opera come associazione professionale, formula che non consente di creare riserve patrimoniali, obbligando alla distribuzione integrale degli utili tra i soci. La possibilità di reinvestire il capitale dello studio rappresenterebbe invece un vantaggio strategico, garantendo continuità e solidità nel tempo, offrendo benefici alle generazioni future e rafforzando il legame tra struttura e professionisti.
Se l’ipo in Italia è quindi un obiettivo ambizioso quanto complesso, la crescita per aggregazione è invece già una realtà. Diversi esempi, in Italia e all’estero, lo dimostrano: la nascita di nuovi colossi come A&O Shearman, Herbert Smith Freehills Kramer e PedersoliGattai. Anche le realtà di medie dimensioni si muovono in questa direzione, come nel caso della creazione di Alma Led. Ancora più numerosi sono gli innesti di sostanziosi team come avvenuto per Macchi di Cellere Gangemi in Lipani Legal&Tax. Le difficoltà anche in questo caso però non mancano: non sono pochi gli spin-off dalle law firm, ultimo tra tutti quello Solving, il nuovo studio legale e tributario arteria di Grimaldi Alliance.
«In Italia il processo di aggregazione è ancora difficile. Per ogni studio che si unisce, ce ne sono altri che si dividono. Inoltre, la dimensione media dei nostri studi è poco coerente con il mercato: in Paesi piccoli come Olanda o Belgio esistono studi con 500-800 avvocati. All’estero le dinamiche interne sono molto più rapide: rotazione dei managing partner ogni cinque anni, sistemi di retirement obbligatori, processi fortemente istituzionalizzati. Da noi tutto questo fatica a decollare», osserva ancora Visco.
La nuova vita dello studio legale passa anche attraverso l’aggregazione con entità terze, come studi di consulenza strategica o professionisti altamente specializzati, ad esempio ingegneri. «Oggi ambiti come marchi e brevetti, o le life sciences, richiedono competenze tecniche molto forti. Avere queste figure all’interno dello studio rappresenta un vantaggio competitivo importante. Le associazioni miste, che includono notai, commercialisti o altri tecnici, aiutano a gestire la complessità delle nuove esigenze dei clienti. In questo, la Società Tra Avvocati può favorire l’integrazione» conclude Visco. (riproduzione riservata)