A Piazza Affari non ci sono studi legali quotati, così come non ci sono law firm italiane quotate su altre borse nel mondo. Le cose però potrebbero cambiare. Ad aprire ufficialmente le porte a un’ipo, così come si vociferava da qualche anno tra i salotti d’affari, è Lca Studio Legale, fondato nel 1988 da Giovanni Lega, che nel 1996 si era associato a Freshfields per poi tornare sui suoi passi nel 2004. Costituto da oltre 250 professionisti, con un fatturato di decine di milioni di euro e una marginalità superiore al 50%, la law firm oggi sembra godere di una crescita a prima vista più sana rispetto a quella di alcuni competitor, descritta da un basso livello di turnover e da lateral hire di peso.
Con l’idea della quotazione il managing partner Lega punta ora a risolvere alcuni nodi che tutto il mondo legal, e non solo, si trova a dover sbrogliare: il senso di appartenenza dei professionisti alla loro realtà lavorativa, la capacità di quest’ultima di resistere nel tempo e il problema dei passaggi generazionali.
«La quotazione non ha ragioni speculative», spiega in primo luogo Lega a MF-Milano Finanza, «si tratta di un motivo di radicamento delle posizioni, di retention, senso di appartenenza e di durezza nel tempo. Se oggi quotassimo Lca, il socio che sa di possedere una fetta della torta sarà interessato a contribuire sempre di più affinché quella quota aumenti». Un’ipo avrebbe anche una funzione di rilievo a fini pensionistici. «Credo il processo possa aiutare la successione generazionale. Al momento», prosegue il managing partner, «abbiamo già un trattamento di fine mandato per i soci. L’ambizione della quotazione però potrebbe essere il mezzo perfetto per restare sempre più trasparenti, visto gli obblighi di comunicazione a cui si è sottoposti, e al contempo a capitalizzare e preservare valore. È con la quotazione, d’altronde, che si costituisce davvero un brand».
L’obiettivo è il 2026 per lo sbarco in borsa. Lca vorrebbe optare per il listino parigino, ma non esclude Borsa Italiana. «Non è detto che non si vada a piazza Affari», spiega infatti Lega, «ma poiché oggi le borse fanno tutte riferimento al circuito Euronext, l’idea è di sfruttare il listino parigino, che ha performance e valutazioni nettamente superiori. Sappiamo tutti bene che ci sono borse, vedi anche il Nasdaq, che purtroppo riescono a valorizzare il circolante in maniera più attiva della borsa italiana».
Ma se la scelta del dove quotarsi resta discrezionalità dello studio, il quando è invece legato a tecnicismi burocratici da cui la law firm dipende e che hanno già ritardato il progetto che puntava alla borsa per quest’anno. «Il ritardo è dovuto più che altro all’inadeguatezza della forma societaria sotto la quale ci ritroviamo. Per gli avvocati, non esistono strutture idonee per potere esercitare la professione in forma aziendalistica e a mio parere la forma di società tra avvocati (Sta) o tra professionisti (Stp) non lo sono neppure. In Italia il 99% degli studi sono associazioni professionali ma non hanno normative specifiche o la possibilità di creare cassa per lo studio ma sono costrette a distribuire tutto ai soci. Quella capitalizzazione darebbe invece beneficio alle generazioni future e creerebbe un immenso collante tra lo studio e il professionista, che avrebbe così maggiori garanzie della solidità nel tempo della realtà dove lavora», spiega Lega, aggiungendo che «mancano anche norme per gli avvocati monocommittenti. Il che fa si che gli studi associati siano sottoposti non al solo versamento del 4% sul volume di affari, ma i collaboratori considerati professionisti versano loro stessi il 4% alla Cassa sugli emolumenti che ricevono dallo studio, creando il cosiddetto double dip».
Sulla base di queste considerazioni Lca ha modificato il modello di governance e ha da qualche tempo introdotto un comitato di saggi che si occupa della distribuzione degli utili agli equity partner, composto da cinque soci equity eletti a votazione ogni anno. Se non alla quotazione, questi anni però sono serviti a far sì che ci siano tutti i presupposti per poter andare in borsa: la definizione del bilancio sociale, da quest’anno anche quello di sostenibilità, o la certificazione di parità di genere per esempio. Se da questo punto di vista Lca è pronta, si tratta ora di verificare ancora una volta se la struttura identificata può essere avallata da norme e istituzioni. Il percorso identificato prevederebbe la formazione di due veicoli a cui si legherebbe una società tra avvocati a sua volta collegata a due associazioni professionali con dei rapporti contrattuali.
Con quest’ipotesi allo studio, Lca cerca di tracciare una strada diversa dalle altre law firm che finora sembrano aver preferito le fusioni e le aggregazioni per crescere e scogliere alcuni nodi, mentre l’ombra dei private equity intanto aleggia sul settore ingolosito dalle ottime marginalità della consulenza legale. (riproduzione riservata)