I potenziali problemi di sicurezza nazionale, il rischio di affidarsi a un attore privato e che ricopre un ruolo politico in un Paese straniero, le polemiche sulla necessità o meno di passare attraverso una gara pubblica. Sono alcuni degli elementi della discussione che si è generata nell’ultima settimana intorno alla notizia di una trattativa in corso tra il governo e Starlink per l’affidamento di servizi di comunicazione militari con un contratto da 1,5 miliardi di euro per i prossimi 5 anni. Per provare a mettere ordine Milano Finanza ha intervistato Stefano Firpo, direttore generale di Assonime ed ex capo di gabinetto del ministro per l’Innovazione Tecnologica e la Transizione Digitale Vittorio Colao nel governo Draghi.
Domanda. Quali sono i dubbi principali legati a un possibile contratto con Starlink?
Risposta. Il clamore mediatico nato attorno ai rumors su Starlink nasce dal fatto che esiste qualche oggettiva perplessità, visti i termini ipotizzati dall’accordo. La prima è che si tratta di sicurezza nazionale, la seconda è che è coinvolto un soggetto come Elon Musk.
D. Ci spieghi meglio.
R. I servizi che potrebbero essere assegnati a Starlink, secondo quanto è stato riportato, riguardano comunicazioni militari, dati strategici sensibili afferenti alla Difesa, alla diplomazia e a entità governative. Tutte cose che sono afferenti alla sicurezza nazionale e quindi è legittimo chiedersi se potrebbe essere messa a rischio. La seconda preoccupazione è che Starlink, per quanto sia l’unica che può offrire determinati tipi di servizi, è di proprietà di Elon Musk, un soggetto che qualche preoccupazione la può generare perché, oltre ad avere interessi di natura privatistica, è anche legato a doppio filo alla prossima Amministrazione di uno Stato che, seppur alleato, non è quello italiano. E in più c’è il precedente dell’Ucraina, dove il servizio è stato interrotto unilateralmente da Musk.
D. In passato però sono già stati siglati accordi con grandi realtà straniere.
R. Assolutamente, infatti Starlink non va demonizzata, così come tutte le big tech. L’Italia - ma direi tutta l’Europa - su determinate tecnologie ha un ritardo talmente ampio che rende indispensabile siglare accordi con queste realtà. Ma si possono utilizzare delle accortezze.
D. Per esempio?
R. Coinvolgere una realtà come Leonardo. Quando il governo Draghi ha dato il via al progetto per il cloud nazionale ha individuato un consorzio di realtà nazionali (Leonardo, Sogei e Tim, ndr) che hanno a loro volta stretto accordi con le big tech americane, ma con l’assicurazione che le chiavi crittografiche dei dati fossero in mani italiane e i data center fossero in Italia. Se si arrivasse a un accordo con Starlink, si dovrebbero dare tutele sulla sicurezza dei dati e il coinvolgimento di Leonardo potrebbe rappresentare una garanzia in questo senso.
D. Ma sarebbe necessaria una gara per affidare questi servizi a Starlink?
R. Trattandosi di servizi afferenti alla sicurezza nazionale, ritengo che sarebbe possibile fare un affidamento diretto. Dopodiché la creazione di un consorzio con realtà nazionali potrebbe portare altri benefici, come uno spillover di conoscenze e tecnologie che potrebbero essere preziose per l’Italia.
D. Secondo lei, quanto pesa la vicinanza di Musk al prossimo presidente Donald Trump sulla firma del contratto con Starlink?
R. Credo poco. Sembra esserci un’oggettiva necessità di questi servizi da parte dei nostri militari, in base anche a quanto riferito dal ministro Crosetto in Parlamento. E Starlink è l’unico soggetto al momento in grado di fornirli. Poi, certo, c’è da sollevare il tema Iris2.
D. Un affidamento a Starlink significherebbe mettere una pietra tombale sul progetto europeo?
R. Il dato di fatto è che prima del 2030 non sarà operativo e che non abbiamo grande peso nella governance. Il governo quindi dovrebbe chiarire se Starlink rappresenta una soluzione-ponte in attesa di Iris2 o se come Stato riteniamo che il progetto europeo non può rappresentare un’opzione in futuro e quindi decidiamo di privatizzare la fornitura di questi servizi.
D. Ritiene che questo per Starlink può essere un primo passo per poi ampliare la fetta di mercato anche nel mercato civile?
R. Credo siano due partite separate. Starlink è già un’opzione per il mercato italiano e offre prezzi competitivi, perciò credo possa già competere sul mercato senza aiuti. Ma se lo si vorrà coinvolgere nel completamento della copertura delle aree grigie e bianche, dove la fibra ottica difficilmente potrà arrivare, servirà sicuramente una gara.
D. Musk, ma anche Mark Zuckerberg e Sam Altman: l’Occidente sta concedendo troppa influenza a questi imprenditori digitali?
R. Mi sembra evidente che il tema esiste ed è concreto. Ci troviamo di fronte a persone geniali, che hanno ideato soluzioni tecnologiche ormai essenziali, ma che controllano un potere economico, una quantità di dati e un’influenza potenziale talmente ampi da poter essere paragonati a nazioni. Questa vicenda è l’ennesimo segnale che l’Europa ha bisogno di cambiare passo, non iper-regolamentando ma dando un impulso alla nascita di campioni continentali in grado di competere con i colossi americani. (riproduzione riservata)