L’accordo Usa-Iran riduce il rischio di una stagflazione in Europa. L’intesa tra i due Paesi, e la successiva normalizzazione dei prezzi del petrolio (future sul Brent +0,8% a 79,59 dollari al barile il 17 giugno alle 18:40, in linea con la media degli ultimi cinque anni), significano che lo shock stagflazionistico dovrebbe attenuarsi nella seconda metà dell’anno con il rallentamento del tasso sui prezzi al consumo che potrebbe sostenere una certa ripresa della crescita in Europa, prevede Emmanuel Cau, strategist di Barclays.
Le sfide macroeconomiche restano numerose, ma la riduzione del rischio estremo di uno shock persistente su petrolio e tassi dovrebbe spianare la strada alla ripresa del cosiddetto «broadening trade» (più settori partecipano al rialzo dei mercati), aggiunge l’esperto, mentre il posizionamento degli investitori rimane ancora fortemente orientato verso il mercato statunitense dominato dalla tecnologia.
Con il petrolio in calo del 50% dai massimi, le sorprese a livello di dati macro che stanno toccando il fondo e le aspettative sui tassi che probabilmente stanno raggiungendo il picco, il profilo rischio-rendimento dell’Europa sta migliorando. Inoltre, aggiunge Cau, il recente ritracciamento guidato dal settore tecnologico ha mostrato i vantaggi della diversificazione.
Di conseguenza «chiudiamo il nostro sottopeso (underweight, ndr) e passiamo a sovrappesare (overweight, ndr) l’Eurozona rispetto al Regno Unito», suggerisce lo strategist di Barclays. «Crediamo infatti che l’Eurozona, più orientata ai settori ciclici e meno esposta all’energia, possa fare meglio del Regno Unito man mano che si riducono le pressioni stagflazionistiche. Mentre l’indice britannico, più esposto ai settori energetici e difensivi, potrebbe risultare meno interessante. Con il calo del petrolio, le revisioni degli utili stanno già mostrando un indebolimento nel Regno Unito rispetto all’Eurozona. Per questo motivo riportiamo la nostra allocazione a sovrappeso sull’Eurozona rispetto al Regno Unito».
Con il venir meno dei rischi per la crescita, il momentum a livello di utili per azione (eps) dovrebbe mantenersi solido, con i multipli p/e in lieve aumento, pur senza tornare completamente ai massimi pre-conflitto. Nel complesso, «siamo a nostro agio nell’aumentare leggermente la previsione di crescita degli utili nel 2026 al 12% dal 10%, pur restando sotto il consenso Ibes del 15% per lo Stoxx 600. In quest’ottica abbiamo aggiornato lo scenario di base per il 2026 allineandolo al target di 670 punti per l'indice Stoxx Europe 600 (+5% rispetto alla quotazione del 17 giugno, ndr) previsto nello scenario di pace. Per il Regno Unito, invece, manteniamo invariate le nostre previsioni di crescita degli utili per il Ftse 100. Comunque, vediamo un certo miglioramento delle valutazioni, che ci induce ad aumentare il nostro target per l’indice a 10.900 punti», +3,98% di potenziale upside.
Alcuni titoli ciclici legati ai consumi rimasti indietro possono recuperare il terreno perso. Per questo «chiudiamo anche il sottopeso sul settore discretionary e passiamo in sovrappeso sul comparto del lusso. La dispersione rimane elevata, con il posizionamento degli investitori ancora fortemente orientato verso i vincitori dell’AI, che restano le nostre principali posizioni overweight nell’allocazione settoriale insieme alle banche», precisa Cau.
Al contrario, l’esperto di Barclays è stato sottopesato sui settori dei beni discrezionali e dei beni di prima necessità. Ma ora vede un miglioramento del rapporto rischio-rendimento per il settore discretionary, per cui passa a una posizione neutrale (market weight).
«Il settore del lusso, che di recente avevamo indicato come possibile candidato per uno short squeeze in caso di un accordo di pace, non appare più depresso dopo il recente rimbalzo. Tuttavia, è ancora in territorio negativo da inizio anno e, nonostante un difficile contesto strutturale di lungo periodo, osserviamo i primi segnali di una ripresa degli eps e le valutazioni sono migliorate. Passiamo, quindi, tatticamente in sovrappeso sul lusso, finanziando», conclude Cau, «questa scelta con un downgrade del settore healthcare a sottopeso». (riproduzione riservata)