Con la firma del Genius Act del 18 Luglio 2025, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha reso mainstream le stablecoin, token digitali che, a differenza di altre criptovalute quali il bitcoin, sono garantite da asset finanziari convenzionali, in primis dollari e titoli di Stato americani.
Non solamente il Genius Act ha ufficialmente sdoganato operatori come Tether rendendoli ufficialmente mainstream, ovvero componente critica e rilevante (lo erano già). Ma ha anche rimosso le ultime remore da parte degli intermediari finanziari regolamentati (da Blackrock a JP Morgan) a operare anche con queste stablecoin.
Nonostante le giustificate preoccupazioni di molti banchieri centrali (da Andrew Bailey – Banca d’Inghilterra – che ha scoraggiato le banche a emetterne una propria, a Christine Lagarde – Bce – che ne ha evidenziato i rischi sistemici e la potenziale disintermediazione delle banche centrali che vedrebbero diminuita l’efficacia delle loro politiche monetarie), le stablecoin rappresentano una vera opportunità di innovazione dirompente per il sistema finanziario globale.
La direzione (trasformativa o evolutiva) e gli effetti (positivi o negativi) di questa innovazione rimangono tuttavia da chiarire, dipendendo dalle intenzioni dei decision maker chiave della politica, economia e finanza, dall’impianto regolatorio e, infine, dalla struttura e dai casi di utilizzo di queste stablecoin.
In primis, le stable-coin rappresentano infatti per gli Stati Uniti un’opportunità per rendere più ampio, profondo e quindi meno costoso il finanziamento del loro debito pubblico (oggi a oltre il 100% del pil e in forte crescita), come dichiarato dallo stesso segretario del Tesoro americano Scott Bessent. Rappresentano inoltre anche un’opportunità imprenditoriale per la stessa famiglia Trump, già attiva con i $Trump (meme coin non garantiti da asset convenzionali e già oggi valorizzati per 2 miliardi).
Il collegamento con le monete fiat (i.e. create in forza di legge e non più garantite dal 1971 dalla convertibilità in oro), e in particolare con il dollaro americano, riserva valutaria globale per eccellenza, da parte dei più grandi operatoti internazionali di stablecoin, appare invece come un logico stratagemma per accrescere l’accettabilità delle stesse, riducendone il rischio in caso di fallimento dell’operatore che le crea (mancando le criptovalute di un debitore di ultima istanza che se ne fa carico, dovessero le cose andare male).
Questo stratagemma, funzionale e apparentemente sinergico (le stablecoin oggi stabilizzano e rafforzano il dollaro e i titoli di Stato americani) potrebbe tuttavia evolvere nel tempo, orientandosi verso obiettivi assai diversi. Le stablecoin potrebbero infatti, almeno potenzialmente, sostituirsi quasi completamente alle monete ufficiali, rendendo inefficaci le politiche monetarie e indebolendo il potere delle banche centrali e la ricchezza degli intermediari finanziari «centralizzati», a favore di un sistema finanziario decentralizzato.
Dunque, le stablecoins quali alleate dell’amministrazione Trump, del dollaro-riserva valutaria globale (e del suo «straordinario privilegio») e a supporto del suo crescente debito pubblico? O quali cavallo di troia utilizzate per penetrare le alte mura della fortezza delle monete fiat e conquistare la fiducia dei suoi utilizzatori finali per poi rendere queste ultime completamente irrilevanti (come nelle intenzioni, più volte dichiarate, di alcuni dei fondatori delle stablecoin oggi più usate al mondo)?
O, peggio ancora, quale opportunità di innovazione sprecata che, invece di rendere più efficace (riducendo i tempi e i costi di transazione), efficiente (eliminando le rendite di posizione del sistema dei pagamenti centralizzato) e anche stabile il sistema finanziario, ne amplifica il rischio sistemico?.
Infatti, le stablecoin si basano a oggi prevalentemente sulle valute fiat, divenendo esse stesse soggette agli effetti distorsivi delle politiche monetarie e fiscali «centrali» che, nel tempo, hanno prodotto monetizzazione del debito pubblico e inflazione, guerre valutarie e svalutazioni competitive, nonché effetti domino e di panico (bank run) collegate alle crisi degli intermediari finanziari?
Esiste una terza via, rispetto al continuo predominio delle valute fiat (prevalso negli ultimi 60 anni) ovvero alla prevalenza delle stablecoin ancorate alle stesse, ed evitando il ritorno all’«orrendo relitto» dell’oro (nelle parole di John Maynard Keynes). L’opportunità oggi è tornare ad ancorare la moneta e le sue funzioni fondamentali al vero valore dell’economia e delle società: utile in sé, non inflazionabile per definizione e anzi capitalizzabile se investito in modo produttivo.
Il futuro delle stablecoin può infatti risiedere nei real asset: beni reali quali immobili e infrastrutture, ma anche capitale naturale quali terreni agricoli, tenute boschive, falde acquifere e terre rare. La tokenizzazione di questi beni, già oggi possibile in Italia anche grazie all’istituto giuridico delle cartolarizzazioni 7.2, renderebbe questi facilmente investibili, scambiabili e fruibili (ottenimento di una rendita finanziaria ovvero utilizzo pro-quota) anche per piccolissime frazioni di proprietà, rendendole un investimento democraticamente accessibile e possibile «per tutti».
L’elevato frazionamento delle quote, con trasferimenti veloci e a basso costo, potrebbe anche garantire quella liquidità che oggi risulta il principale vincolo allo sviluppo dei private market (investimenti di private equity in imprese non quotate e in real asset). Inoltre, la collateralizzazione delle stablecoin rispetto a beni reali finiti le renderebbe non manipolabili e non inflazionabili (come «stampare» il doppio di immobili, infrastrutture e capitale naturale notte tempo?). Una Race (Real assets currency for everybody) rappresenterebbe davvero una discontinuità nel sistema finanziario globale e nelle sue funzioni fondamentali, a favore dell’economia reale e della ricchezza sostenibile delle Nazioni. Un’idea per Tether? Il più grande operatore globale di stablecoin, oggi non a caso gestito da due Italiani. (riproduzione riservata)
*Senior executive fellow Sda Bocconi