«A Washington abbiamo notato sconcerto e incertezza sulle prossime mosse di Trump. Sia i repubblicani sia i democratici, oltre agli imprenditori, credono che una strategia aggressiva sui dazi funzioni solo nel breve periodo per avviare un negoziato. Nessuno è a favore di un’escalation commerciale con l’Europa perché avrebbe conseguenze devastanti per gli Stati Uniti». Brando Benifei descrive l’umore degli americani. L’esponente del Pd, presidente della Delegazione per le Relazioni con gli Usa del Parlamento Europeo, la scorsa settimana ha guidato un gruppo di europarlamentari a Washington.
Durante la missione ha parlato con politici vicini al presidente Donald Trump come Brian Mast, presidente della commissione Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti, e con figure di punta dei democratici come l’ex speaker Nancy Pelosi. «Abbiamo chiarito a tutti che pretendiamo rispetto. Siamo disponibili a trattare sui dazi e sugli standard per semplificare l’ingresso dei prodotti americani in Europa. Possiamo anche parlare di più acquisti di gas e sulla sicurezza, ma non siamo disposti a negoziare sulle nostre leggi, da quelle sul digitale a quelle sulla tutela dell’ambiente e dei consumatori».
Risposta. I parlamentari e gli industriali vorrebbero risolvere lo scontro, ma la palla è in mano a Trump. I nostri interlocutori ci hanno fatto capire che persino il segretario al Commercio, Howard Lutnick, non ha voce in capitolo. Decide tutto il presidente con il suo consigliere Peter Navarro, un accentramento che complica i negoziati.
R. Non è disposto ad azzerare i dazi contro l’Europa. Un livello minimo dovrà restare per riequilibrare i rapporti commerciali con l’Ue e intervenire su certe questioni fiscali, come l’Iva, che gli americani contestano perché impatta sul costo del commercio.
R. Trump pretenderà una modifica delle norme sul digitale come il Dma, il Dsa e l’AI Act, ma abbiamo chiarito che l’Europarlamento non ha intenzione di cambiarle. Il presidente offrirà anche un trattamento di favore a chi si allineerà contro Pechino. Ma l’Ue non vuole uno scontro con la Cina, con cui abbiamo rapporti commerciali ben integrati, anche se condividiamo alcune preoccupazioni americane.
R. Con i cinesi abbiamo un contenzioso ad esempio sulle auto elettriche, quindi possiamo coordinarci con gli Usa su temi come le terre rare e i semiconduttori. Ma nonostante questo non sarà semplice trovare un accordo: Trump per ora sembra trattarci come nemici più che come uno storico alleato.
R. A prescindere da tutto dovremo continuare ad aprire nuovi mercati e a lavorare a intese come quelle con India e Mercosur. In caso di fallimento, invece, dovremo reagire con i contro-dazi e rispondere con tutti i mezzi a nostra disposizione, dalla preferenza per le imprese europee negli appalti alle tariffe sui servizi digitali delle big tech. Fino allo strumento anti-coercizione, che esclude le aziende Usa dal nostro mercato. Sono contromisure pesanti che non vorremmo usare perché la priorità è trovare un accordo.
R. Difficile sbilanciarsi. Dovremo sfruttare bene la sospensione di 90 giorni e muoverci in fretta perché dazi pesanti come quelli su acciaio e alluminio sono ancora in vigore. Un’intesa è possibile e richiederà un mix di fattori. Per raggiungerla dovremo negoziare come Europa unita, senza pressioni dai governi sulla Commissione: ogni segno di debolezza indurrebbe Trump a pensare che la sua strategia aggressiva paga. (riproduzione riservata)