L’amministrazione statunitense desidera un dollaro più debole e tassi di interesse più bassi. Non è un mistero. Intanto, però, le autorità statunitensi e giapponesi hanno testato il valore del cambio dollaro/yen sul mercato sia il 23 sia il 26 gennaio e, nel farlo, hanno scatenato qualcosa: volatilità, non problemi veri e propri? È quanto si domanda Kit Juckes, chief FX strategist di Societe Generale.
Il risultato è stata una forte rivalutazione dello yen e del won sudcoreano, e un nuovo record assoluto del prezzo dell’oro a 5.111 dollari l’oncia. I dati della Cftc suggeriscono che nelle ultime settimane il mercato aveva chiuso le posizioni lunghe sullo yen e aperto posizioni corte sulla valuta giapponese. Questa posizione corta è stata quasi certamente azzerata il 26 gennaio. E adesso?
«Le autorità statunitensi, guidate dal presidente, Donald Trump, e dal segretario al Tesoro, Scott Bessent, non hanno mai nascosto il loro desiderio di vedere un dollaro più debole. La parità del potere d’acquisto per il cross dollaro/yen è sotto 100: è inutile come strumento di previsione, ma farà innervosire le autorità statunitensi», sottolinea Kit Juckes.
Dal punto di vista degli Stati Uniti, le valute del Nord Asia sono molto sottovalutate e presentano surplus commerciali rilevanti con gli Usa. Dal punto di vista del Giappone, tuttavia, il debito pubblico in aumento vertiginoso e la mancanza di crescita economica rappresentano problemi ben più gravi. «Uno yen stabile in un range di oscillazione sarebbe per loro molto più auspicabile di un rally marcato della valuta. Lo stesso vale per i won coreani», precisa lo strategist di Societe Generale.
Questo trend non è ancora finito, ma l’esperto non si aspetta un trend al ribasso di lungo periodo per il dollaro/yen perché avrebbe conseguenze molto negative per l’economia. Per altro la mossa delle autorità statunitensi è coincisa con Rick Rieder di BlackRock che è diventato il favorito sui siti di scommesse per diventare il prossimo presidente della Federal Reserve (l’annuncio da parte di Trump è atteso nei prossimi giorni) al posto di Jerome Powell.
Rieder è favorevole all’idea di una politica monetaria più accomodante da parte della Fed, il che contribuirà a sua volta a diffondere il tema di un dollaro più debole. La riunione del Fomc (27 e 28 gennaio) attirerà molta attenzione, ma ciò che determinerà la performance del dollaro sarà la solidità dell’economia americana.
Un’economia resiliente, supportata dal mercato azionario, e un’inflazione core cpi al 2,6% si pongono, però, come ostacoli all’obiettivo di Trump e di Bessent di un biglietto verde più debole. «Avremo un’idea molto più chiara di dove stiamo andando entro metà febbraio», prevede Juckes.
In quest’ottica, suggerisce l’esperto di Societe Generale, «per ora rimaniamo ribassisti sul cambio euro/yen e sterlina/dollaro australiano. Prevediamo solo una crescita dell’1% del pil per quest’anno nell’Eurozona, non sufficiente a giustificare ulteriori guadagni dell’euro».
Allo stesso modo, confrontare una previsione di crescita del Regno Unito sotto l’1% con oltre il 2% in Australia «evoca spiacevoli ricordi della serie recente di cricket Ashes. Continuiamo, inoltre, a preferire», conclude Juckes, «la corona norvegese e la corona svedese, che saranno favorite dai continui segnali accomodanti provenienti dagli Stati Uniti». (riproduzione riservata)