Secondo la società di consulenza Bearing Point, entro il 2030 la domanda globale di mobilità condivisa e on-demand triplicherà. In Italia, però, questo settore è ancora frenato da un contesto normativo instabile e penalizzante, determinato dall’assenza di provvedimenti specifici a livello nazionale per il carsharing, da continue modifiche come nel caso dei monopattini, dalla forte differenziazione nei regolamenti locali e da una fiscalità ancora poco favorevole.
Per questo motivo, l’allineamento dell’Iva della sharing mobility all’aliquota agevolata del 10%, già applicata al Trasporto pubblico locale (Tpl) e ai servizi Ncc, è una misura non solo auspicabile, ma necessaria.
Assosharing, la prima associazione nazionale della sharing mobility, che rappresenta 5 milioni di utenti, considera questa riduzione indispensabile per garantire la sostenibilità economica delle aziende del settore.
Con un costo stimato di soli 16 milioni di euro (fonte: Osservatorio nazionale sharing mobility), l’adeguamento dell’Iva può diventare una leva strategica per accelerare la transizione verso una mobilità più sostenibile, integrata e accessibile, in linea con gli obiettivi ambientali e sociali italiani ed europei. Significherebbe riconoscere formalmente il valore pubblico e sociale della sharing mobility.
Attualmente, in Italia, questi servizi sono soggetti all’aliquota ordinaria del 22%, nonostante svolgano una funzione complementare al trasporto pubblico, riconosciuta nei Piani urbani per la mobilità sostenibile dei principali Comuni. Questo crea uno squilibrio evidente rispetto a servizi affini come Tpl e Ncc (Iva al 10%) e taxi (Iva allo 0%). Si tratta di una disparità che penalizza operatori che contribuiscono attivamente alla riduzione del traffico, dell’inquinamento (il 95% della flotta è elettrica contro l’1% del parco veicoli privati) e della dipendenza dall’auto personale.
Uno studio del think tank Fleet&Mobility mostra che 20mila auto in car sharing potrebbero sostituire fino a 220 mila auto private nella sola Roma. Risultati analoghi si otterrebbero estendendo il modello a scooter, bici e monopattini condivisi. Tuttavia l’imposizione dell’Iva al 22% rende i servizi difficilmente sostenibili sul piano economico, ostacolando la diffusione di modelli di mobilità alternativi.
I benefici dell’aliquota ridotta sarebbero rilevanti: maggiore competitività del settore, accessibilità economica per gli utenti (uno studio Future Ways stima un risparmio di quasi 4.000 euro a persona l’anno con un uso combinato di sharing e Tpl), riduzione del tasso di motorizzazione (il più alto in Europa) e un contributo concreto agli obiettivi del Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec). La sharing mobility genera anche benefici indiretti per la collettività: meno traffico, meno emissioni, minore occupazione di suolo pubblico e una migliore qualità urbana.
L’effetto moltiplicatore della riduzione Iva attrarrebbe nuovi investimenti in un comparto che oggi vale 180 milioni di euro, contribuendo alla crescita del gettito fiscale e dell’occupazione, diretta e indiretta. L’allineamento dell’Iva al 10% rappresenterebbe un atto di coerenza normativa e una scelta strategica di politica pubblica, eliminando gli effetti anticompetitivi della normativa attuale e valorizzando la sharing mobility come leva di sostenibilità.
La Legge di Bilancio, in discussione nei prossimi mesi, sarà l’occasione giusta per correggere questa distorsione e dare un segnale chiaro verso un sistema di mobilità più equo, moderno ed efficiente. Governo e Parlamento, che hanno già mostrato sensibilità sul tema, sono ora chiamati a un atto di concretezza, a beneficio delle imprese del settore e dei milioni di cittadini che ne usufruiscono ogni giorno. (riproduzione riservata)