«Il 2026 potrebbe essere un anno storico per il mercato dei capitali, sia lato debito sia equity, in particolare per le operazioni di m&a e le ipo. La nostra pipeline è enorme, ai massimi storici, e sull’Europa sta tornando ottimismo». Filippo Gori è uno dei banchieri italiani più influenti al mondo.
Come Co-Head del Global Banking di JP Morgan Chase guida da New York le attività chiave sui mercati internazionali: corporate, investment e commercial banking. Una macchina che vale oltre 37 miliardi di dollari di ricavi, 12 di utili e 70.000 clienti.
Ha iniziato l’anno viaggiando in Europa per incontrare aziende in un tour di 13 paesi e dare anche un segnale sull’importanza che avrà quest’anno il vecchio continente per la banca americana. A Milano ha fatto tappa per questa intervista negli studi di ClassCnbc (video HThttp://www.milanofinanza.it>www.milanofinanza.it).
Domanda. Nonostante il blitz a Caracas le tensioni sulla Groenlandia, le petroliere sequestrate, i mercati a gennaio sono ripartiti a suon di record.
Risposta. Il Venezuela è stato assorbito in maniera estremamente positiva. Sulla Groenlandia si deve prendere tutto con le pinze e ricordare che lo stile di Trump è negoziale. Quindi i mercati non temono la geopolitica. Ma bisogna vedere cosa succederà quest’anno in altri campi.
D. A che cosa si riferisce?
R. Noi guardiamo l’inflazione perché in America non è scomparsa e cova sotto la cenere. E poi c’è il tema AI. Porterà sicuramente un aumento della produttività, ma anche perdite di posti di lavoro. E ci si interroga sulla profittabilità degli investimenti che si stanno facendo.
D. Jamie Dimon, ceo di Jp Morgan, ha parlato anche di scarafaggi sotto il tappeto nel mondo del credito.
R. Negli ultimi 15 anni abbiamo vissuto un ciclo del credito tra i più belli della storia. Tassi vicini a zero a lungo,e tanta cassa disponibile. Questa fase deve arriverà ad una fine naturale, e quando gli spread si riallargheranno ci potranno essere delle perdite. In America si vedono i primi casi nel settore dell’asset based landing. Penso in particolare alle frodi (Best Brands Tricolor, ndr) che consideriamo il canarino nella miniera, il primo segnale che ci potrebbe essere qualche crepa nel sistema economico che forse altri dati non segnalano.
D. La paura di quelle settimane sembra però già archiviata. Anzi, sono ripartite le maxi-operazioni di m&a, come Glencore-Rio Tinto in queste ore. Un trend iniziato a metà dello scorso anno.
R. Se estrapoliamo gli ultimi quattro mesi del 2025 e li proiettiamo sul 2026, questo potrebbe diventare uno degli anni più importanti dal punto di vista del deal making. I motivi sono che c’è ancora stabilità economica, il costo del finanziamento rimane basso, gli spread del credito sono ai minimi e c’è una coda di operazioni rinviate negli ultimi quattro anni. Altre sono saltate negli ultimi mesi per lo shutdown in America, per cui ci si aspetta che il 2026 sarà un’annata importante, forse la migliore della storia.
D. In arrivo anche un’ondata di maxi-ipo a Wall Street: da Anthropic a SpaceX e forse anche OpenAI.
R. Pensiamo che sarà un anno importante per le quotazioni. Se le transazioni che citava dovessero andare in porto, avranno un impatto positivo. Sono operazioni importanti, che servono a dare credibilità al fatto che il mercato delle ipo si riapre.
D. Tutto sembra caro; dove vedete le migliori opportunità però per chi investe adesso?
R. Sicuramente la tecnologia resta un tema enorme, anche se ha dei rischi associati, ma guardiamo molto all’healthcare che non si è visto molto lo scorso anno e che secondo noi verrà fuori nel 2026. L’energia continua a essere un tema importante. E poi la difesa e il mondo delle infrastrutture.
D. A un sondaggio di ClassCnbc la maggioranza dei telespettatori ha risposto che continuerà a investire più su Wall Street che in Europa nel 2026. Siete d’accordo?
R. Da un punto di vista di valutazione pensiamo che l’America continuerà a crescere più dell’Europa. Diciamo, però, che dalla seconda metà dell’anno scorso vediamo un forte interesse sulla vecchia Europa, anche per multipli più attraenti in diversi casi.
D. Che cosa le stanno dicendo i ceo europei che ha incontrato in questi giorni?
R. Innanzitutto c’è un enorme desiderio di capire cosa stia succedendo in America da un punto di vista dell’economia e dei piani della Amministrazione. Poi c’è grande interesse su tutto quello che riguarda la crescita dell’intelligenza artificiale, dal finanziamento dei data center ai rischi di bolla. C’è anche interesse sulla Cina e sulle energie rinnovabili. Sto facendo questo giro, che durerà tre settimane, anche per ribadire l’importanza che l’Europa ha per una banca come la nostra, che è nata nel 1860 in Inghilterra e poi si è spostata in America, ma che conserva radici qui.
D. L’Europa però fatica a crescere e a dare risposte alle nuove sfide.
R. Lo so, però abbiamo 3000 anni di storia, non ce li possiamo scordare, abbiamo un tessuto di innovazione delle piccole e medie imprese che ci invidiano tutti, io rimango estremamente positivo su quello che è il nostro Vecchio continente.
D. Anche sull’Italia?
R. Si. Ci sono segnali molto concreti di ripresa di interesse dal punto di vista internazionale per la stabilità economica e politica dell’Italia. In particolare è apprezzata la chiara percezione di atlantistismo, che in questo momento ha un impatto non indifferente nelle considerazioni mondiali. Sono orgoglioso di essere italiano e mi manca infinitamente il mio Paese.
D. Lei è partito dopo la laurea in Bocconi e ha fatto carriera tra Asia, Europa e ora America. I giovani che lasciano il Paese sono sempre di più. E tornano in pochi.
R. Mi addolora che non si riesca a trattenere il talento. Occorre fare di più per evitare la fuga o permettere ai cervelli di rientrare nel Paese. C’e’ una sola strada: creare opportunità di crescita lavorativa.
D. E voi ne offrirete nel 2026? Assumerete in Italia?
R. Sì, assolutamente sì. (riproduzione riservata)