Il diavolo, dice un proverbio inglese, si nasconde nei dettagli. E il monumentale decreto legislativo (50 pagine, 71 articoli più allegati per un totale di 154 mila caratteri) che il governo ha redatto per rendere operativa la riforma della Corte dei Conti ne è pieno zeppo. Il primo che ti colpisce è un articolo di tre righe, il numero 14. Testuale: «L’attività istruttoria è esercitata nel rispetto dei principi di celerità, proporzionalità e non aggravamento dell’amministrazione controllata. Ogni richiesta deve indicare un termine di riscontro congruo». Precisazioni inutili. In democrazia qualunque azione giudiziaria non può prescindere dai principi di celerità e proporzionalità. Per non parlare del termine congruo «di riscontro».
Ma allora che bisogno c’era di emanare una simile prescrizione in un decreto riguardante una magistratura istituita nel 1862, a garanzia della buona amministrazione dell’Italia unita, il cui ruolo di garante dei conti dello Stato è stato riconfermato dalla Costituzione repubblicana? E che bisogno c’era di introdurre, fra i principi da rispettare nell’esercizio della «attività istruttoria», quello del «non aggravamento dell’amministrazione controllata»? Una frase che può suonare come un suggerimento neanche troppo velato, impartito per legge, a non disturbare il manovratore.
I più smaliziati saranno addirittura confortati in questo sospetto da una norma ulteriore (articolo 26), quella che autorizza l’intervento della procura generale nelle inchieste sui presunti danni erariali di importo superiore a 10 milioni imputabili per colpa grave ai vertici politici di Regioni, Province e Comuni capoluogo di Regione.
Di fatto si affida alla procura generale della Corte dei conti il potere di avocare a sé quei procedimenti, sottraendoli alle procure regionali. Ma il decreto attuativo della riforma che porta la firma dell’attuale ministro degli Affari europei Tommaso Foti, di Fratelli d’Italia, congiunta a quella dell’attuale sottosegretario ai Rapporti con il parlamento nonché presidente della Federnuoto Paolo Barelli, persegue senza alcuna remora un obiettivo fondamentale: depotenziare quanto più possibile le procure regionali, considerate una spina nel fianco.
Un’operazione condotta intervenendo anche sulla gerarchia. I responsabili delle procure regionali perderanno infatti il titolo di «presidente», con tutto ciò che ne consegue anche sul piano formale. Le lancette dell’orologio vengono così rimesse indietro di ben 32 anni. Correva l’anno 1993, l’Italia era in piena stagione di Tangentopoli. Al governo c’era Carlo Azeglio Ciampi, con ministri che si dimettevano a raffica per gli avvisi di garanzia. Rafforzare la Corte dei conti decentrando il potere di indagine sugli illeciti amministrativi sembrava la mossa più coerente con la lotta alla corruzione, il cancro che aveva minato alle fondamenta la morente prima repubblica.
Altri tempi. In più di trent’anni tutto è cambiato, e le strutture create allora come presidio per il contrasto al malaffare adesso sono considerate ostacoli per chi amministra la cosa pubblica. Intendiamoci: non che il funzionamento della Corte dei conti e delle sue procure regionali siano esenti da critiche. Anche feroci, come del resto capita a tutte le magistrature.
Ma fra mettere a posto le cose che non funzionano e una specie di colpo di spugna come quello che si prefigura con questo decreto, ce ne passa. E se fosse vero che il provvedimento sarebbe stato messo a punto con il contributo dei vertici della stessa Corte, la cosa darebbe ancor più da pensare su come e perché si sia arrivati a questo. Va ricordato che il sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano aveva bloccato dieci nomine a «presidente» per altrettanti magistrati contabili, fra i quali i responsabili di aver bocciato le delibere governative sul Ponte sullo Stretto di Messina. La motivazione? La riforma in attesa di entrare in vigore avrebbe previsto una riduzione di quelle figure. Il pesante scontro istituzionale, condito da risvolti senza precedenti, è andato avanti per molte settimane, finché ora, in coincidenza con l’uscita del famoso decreto attuativo, la faccenda finalmente sembra sbloccarsi. E le dieci nomine così duramente contestate da Mantovano adesso si faranno.
Il fatto è che la magistratura contabile affronta ormai da tempo un assedio incessante dei governi di turno, che con la scusa di riaffermare il primato della politica e spuntare le unghie alla burocrazia tendono a indebolire i presidi di legalità. Senza peraltro nemmeno ridurre il vero peso della burocrazia.
Quello portato dalla maggioranza del governo di Giorgia Meloni è certamente l’affondo più deciso portato in tanti anni dalla politica alle prerogative della magistratura contabile. Anche se la fine ancora dev’essere scritta. Perché la riforma venga applicata manca il parere della Conferenza unificata al decreto legislativo del quale stiamo parlando. E nessuno è in grado di fare previsioni. In caso di parere negativo il governo potrebbe comunque fare una forzatura per superare questo scoglio, ma la cosa non sarebbe priva di conseguenze. Se poi le elezioni politiche dessero un risultato diverso da quello atteso dal centrodestra, la partita potrebbe prendere una piega diversa. (riproduzione riservata)