La prossima pillola che prenderemo, con ogni probabilità, avrà qualcosa di cinese dentro. Dalle molecole di base agli antibiotici più diffusi, la Repubblica Popolare è diventata il crocevia della salute globale. Le fabbriche del Dragone riforniscono gli Stati Uniti e l’Europa dei principi attivi che rendono possibile la produzione di molti medicinali.
Secondo la U.S. Pharmacopeia, l’organizzazione che certifica la qualità dei farmaci negli Stati Uniti e in decine di altri Paesi, anche molti medicinali «made in USA» dipendono da ingredienti prodotti in Cina.
L’esempio più emblematico è l’amoxicillina, l’antibiotico più prescritto al mondo: viene prodotta tra India, Giordania e Canada, ma le due molecole fondamentali arrivano interamente dalla Cina. In totale, scrive il New York Times, oltre 700 farmaci in commercio in Occidente contengono almeno una sostanza chimica fabbricata esclusivamente nella Repubblica Popolare.
Una volta era la fabbrica dei generici, oggi è il laboratorio dell’innovazione farmaceutica mondiale. In meno di dieci anni la Cina ha riscritto le regole del gioco e da produttrice a basso costo di principi attivi e diventata fucina di scoperte biotecnologiche che fanno gola alle multinazionali del farmaco. E lo ha fatto alla sua maniera: sussidi pubblici massicci, il ritorno di scienziati formati tra Harvard e Stanford, e un sistema regolatorio capace di comprimere i tempi dei trial clinici come nessun Paese occidentale riuscirebbe a fare.
Se negli Stati Uniti Boston è la capitale indiscussa del biotech, grazie alla concentrazione di colossi farmaceutici e ai centri di ricerca di Harvard e del MIT, in Asia quel ruolo lo ha ormai conquistato Shanghai. La metropoli cinese è diventata «la Boston dell’Asia»: un ecosistema brulicante di aziende come Beigene, Akeso e CSPC, che non si limitano più a inseguire i giganti occidentali ma, sempre più spesso, li superano sul loro stesso terreno.
Il farmaco antitumorare Ivonescimab di Akeso, per esempio, ha superato l’americano Keytruda di Merck in uno studio clinico cinese. E non è un’eccezione: oggi il 39% degli studi oncologici mondiali si svolge in Cina, contro il 32% negli Stati Uniti e il 20% in Europa.
Le Big Pharma lo hanno capito in fretta. AstraZeneca, Pfizer, Merck e compagnia stanno spendendo miliardi per comprare licenze di farmaci cinesi da sviluppare e vendere nei mercati occidentali. La sola AstraZeneca ha firmato accordi per oltre 13 miliardi di dollari nei primi mesi del 2025, incluso un contratto da 5,2 miliardi con CSPC Pharmaceuticals. Pfizer ha fatto ancora di più: 6 miliardi per un farmaco oncologico di 3Sbio, che però verrà prodotto, ironia della globalizzazione, negli Stati Uniti.
E mentre Donald Trump prepara dazi contro i farmaci e le tecnologie cinesi, le multinazionali continuano a fare affari a Est. Pubblicamente assicurano di non importare medicine dalla Cina, ma omettono di dire che molte delle molecole su cui stanno puntando per la prossima generazione di farcmaci arrivano proprio da lì.
La verità è che Pechino ha costruito un ecosistema che funziona. I trial clinici sono più rapidi, il reclutamento dei pazienti è veloce, e i costi sono più bassi. Il governo spinge le biotech locali a mantenere i prezzi ridotti nel mercato interno per entrare nel sistema di rimborso nazionale, costringendole a cercare profitti all’estero. Così, per le Big Pharma occidentali, la Cina è diventata un serbatoio di innovazione a basso costo.
Nel frattempo, il mercato finanziario cinese festeggia: l’indice Hang Seng Biotech è volato del 79% dall’inizio dell’anno, lasciandosi alle spalle il listino principale. E gli investitori scommettono che il dragone del biotech continuerà a innovare ancora a lungo anche perché, in fondo, gli Stati Uniti non possono davvero farne a meno. (riproduzione riservata)